Michela Moioli

Una ragazza ed i suoi sogni, sogni di neve.

Le montagne la accompagnano da tutta la vita, quello scivolare la diverte, anche nelle cadute, anche quando la neve ti impasta la bocca e la devi sputacchiare via. Da bambino è una cosa che ti diverte e non sai ancora quante cadute dovrai affrontare per diventare adulto, che più andrai avanti più faranno male.

Michela inizia a sciare e poi scopre la tavola, bella la tavola da snow, la sente sua, è tanto bella anche la velocità, su quella tavola, poi i salti e poi quella disciplina strana dove non importa più il giudizio e nemmeno il cronometro; Michela scopre lo Snowboardcross.

Il Boarder è una disciplina pura: quattro o sei atleti in linea, cancelletto stile motocross e poi “Riders Ready…Attention…” il cancelletto si apre e giù, per salti ondulazioni e paraboliche, a fare a chi arriva prima.

Semplice, pura.

Come pura e semplice è la ragazza della bergamasca, razza combattente, razza pregiata, si direbbe ora, prendendo ad esempio lei e la sua amica. Michela e Sofia, ori olimpici e Coppe del mondo; ma come sono arrivati?

Semplice e pura, come l’amore per lo sport.

Un amore che ti porta dal divertimento ai sacrifici, alle alzatacce e al vento gelido nel collo, alla squadra ed alle cadute, ma quelle che fanno male.

Michela arriva alla finale Olimpica a Sochi.

E’ il 16 febbraio del 2014 ed ha vinto in coppa del mondo solo una volta, proprio sulla quella pista, l’anno precedente. Conduce bene la gara, Michela, è giovane ma è in lotta per la medaglia di bronzo quando arriva quella caduta maledetta, dopo l’ultima parabolica, una caduta una botta un urlo. Il ginocchio si rompe.

Da bambino le cadute divertono ed ogni tanto fanno male. A 300 metri da una medaglia olimpica fanno malissimo, perché ti rendi conto che devi ricominciare tutto da capo, stringere i denti, arrabbiarti, piangere e spingere ancora. Rialzarti.

Michela ricomincia. Lavora duro, ha un obiettivo, in silenzio e a testa bassa, ha un conto in sospeso con quella Olimpiade, con quella Medaglia.

Si rimette fisicamente, non importa il dolore al ginocchio, torna a gareggiare.

Nel 2015 arriva il Bronzo, finalmente, ma è quello del Mondiale di Kreischberg, nel 2016 arriva la Coppa del mondo, quella di cristallo, la prima. Nel 2017 arriva un altro Mondiale ed un altra medaglia di bronzo.

Michela si è rialzata ma la sua strada non si ferma lì, c’è un conto in sospeso.

Anno 2017, si va verso il 2018 e Michela condivide con Sofia anche il preparatore atletico. Le due si guardano, si riconoscono, si annusano, sono fatte della stessa pasta, ovvio che diventino amiche.

La stagione scorre e arrivano i podi prima, le vittorie poi, arriva l’Olimpiade.

Pyeongchang: Michela ci arriva da favorita, per certi atleti è un peso, una pressione, per lei no, è una missione.

Passano le batterie, si va avanti. Le avversarie cadono o scompaiono, Moioli avanza.

Arriva la finale, sono 6 ragazze, sei donne per tre sole medaglie.

Al cancelletto quattro anni scorrono in un lampo, dalla partenza di quella finale maledetta attraverso il dolore e la forza, la volontà, la grinta, per arrivare a quest’altra finale.

Da bambini si cade, da grandi ci si rialza, è questa la differenza.

Nana Korobi Ya Oki, non solo una frase ma una filosofia, orientale come l’Olimpiade del 2018. Parole semplici e dirette: cadi sette volte, rialzati otto.

Una discesa infinita, un sogno accompagnato dalle urla dei tifosi, dalla Corea fino all’Italia, fino alla sua Alzano. davanti, è davanti, ancora davanti. Scompare prima dell’ultimo salto, ne esce, vola, atterra.

Un urlo immenso, non più di dolore. un urlo lungo quattro anni. Oro Olimpico.

Perché ad Alzano impari a non mollare.

 

Zoran Filicic

 

P.S.

La strada di Michela Moioli non si ferma qui, ritornata in Europa vince la sua seconda Coppa del mondo di Snowboardcross, la terza arriverà nel 2020. E va ancora avanti…