Il 2017 è stata la mia stagione migliore, almeno finora, e ricordo un momento speciale di quell’annata, vissuto proprio a Cortina.
Era venuta tutta la famiglia per vedermi gareggiare e quando so di averli tra il pubblico sento sempre qualcosa di diverso, di più importante.
I miei zii e le mie zie non sono particolarmente ferrati sui tecnicismi dello sci e quindi, durante l’assegnazione dei pettorali, mia mamma stava cercando di spiegar loro quali fossero i numeri migliori per il superG dell’indomani.

Tutti tranne il numero 1
ripeteva.

Perché la numero 1 è un po’ come se facesse da cavia per tutte le altre.
Non è come in discesa, dove puoi provare per bene il tracciato: se sei la prima a partire puoi contare solo sulle tue forze e sulle tue sensazioni, senza poter approfittare delle informazioni che arrivano via radio da quelle che hanno già completato la gara.

Mentre mamma spiegava tutto questo, esattamente nello stesso istante, io sono salita sul palco e ho puntato il dito con decisione verso il pettorale che volevo.
Il numero 1, ovviamente.
Non che fossi pazza, ma avevo visto la pista, sentivo di poter fare bene, anzi benissimo e volevo essere la prima in assoluto a scendere.
Volevo l’Olympia delle Tofane immacolata.
Tutta per me.

Di quel giorno conservo un ricordo bellissimo, non solo perché partendo con il pettorale numero 1 sono arrivata prima, ma anche perché in casa ancora si racconta di come tutta la famiglia scoppiò a ridere in mezzo alla piazza quando feci la mia scelta, smentendo la mamma nella maniera più rumorosa e divertente possibile.

Qualunque sciatrice, di alto livello oppure no, racconta di questi angoli di storia, di questi pezzetti di vita vera, che ti tengono attaccata al Mondo, e che valgono quanto, se non più, dei grandi traguardi roboanti.
Perché sono gli aspetti più umani a rendere speciale la storia di ognuno.
Puoi raccogliere successi oppure vedere il tuo sogno infrangersi sul muro della fatica, su quello del talento, o su quello degli infortuni, ma nulla potrà mai cambiare quello che lo sport ha fatto per te.

Quello che lo sport ha fatto per me.

Mamma era felice di aver avuto due femminucce, me e mia sorella Dora.
Peccato che siamo diventate presto due veri maschiacci.
Si iniziava sempre giocando, poi il gioco diventava una lotta e alla fine c’era sempre qualcuno che finiva piangendo.
Così, ogni giorno.
Poi, la sera si faceva pace e il giorno dopo si poteva ricominciare da capo.
Mia madre era spesso fuori casa e lavorava sodo per permettere a me e a Dora di fare sport.
Sciare costa, e senza i suoi sacrifici non avremmo mai potuto iniziare a farlo.
Ancor di più perché quei sacrifici, lei doveva farli da sola.

Convivere con il divorzio dei propri genitori è come avere davanti una montagna da scalare, e sono tantissimi nel Mondo i bambini che sono costretti ad affrontarla.
Non puoi girarci intorno e non puoi ignorarla: devi andare su.
E nell’ascesa è facile smarrirsi, o dimenticare i perché del viaggio.
Oppure perdere la giusta leggerezza, che a quell’età dovrebbe essere un dovere più che un diritto.
Anche per me e per Dora non sempre è stato facile, ma quando guardo indietro posso dire con assoluta certezza di aver avuto una bella infanzia e di questo devo ringraziare anche lo sci.

Si, perché lo sport è comprensibile a tutti.
Complicato nei meccanismi, semplicissimo nelle ragioni.
È il bene che genera il bene, la fatica che avvicina le persone.
È il luogo dove essere sé stessi prima ancora di aver capito come si è fatti veramente.
La vita non è sempre una passeggiata ed è come se lo sci avesse tenuto insieme i pezzi della mia, quando stavano per frantumarsi del tutto.
Come una colla.
Come una bella storia, perché c’è sempre bisogno di una storia bella.

Prima di tutto e prima di tutti ci ha creduto mia mamma, anche prima di me.
Dopo di che, ci hanno creduto i miei amici, quelli di sempre, quelli che non cambieranno mai e che quando qualcuno al bar mi chiede un autografo mi guardano e scoppiano a ridere:

“un autografo? A te? E perché?”

Poi la bellezza di questo lungo viaggio ha riavvicinato anche il resto della mia famiglia, che ora condivide un grande racconto, condivide dei viaggi e soprattutto dei ricordi.
Ed è proprio questo che rende il percorso così importante: niente ti può ricordare meglio dello sport che la sola cosa che conta è che sei un essere umano.
Niente di meno.

A volte ripenso a quando avevo 17 anni e mi affacciavo sulla Coppa del Mondo.
Mi sentivo quasi come un supereroe, immune ai capitomboli della vita o ai suoi tornanti stretti.
Quando sei giovane credi che i problemi degli altri siano una statistica, mentre i tuoi invece sono soltanto delle sfighe cosmiche.
Ma gli sciatori si dividono in due gruppi, quelli che devono ancora farsi male e quelli che si sono già fatti male, e quando dalla prima categoria passi alla seconda ti rendi conto che non esiste differenza tra la sfortuna e la statistica.
Quell’anno lì, anche io, ho fatto il salto da un gruppo all’altro, imparando cose che soltanto così avrei potuto imparare.

Oggi, a quella ragazzina piena di speranza e di voglia di vincere, che si fa male per la prima volta, non direi nulla.
Non le darei consigli, né tantomeno la avviserei di qualcosa.
Perché da lì a un po’ tornerà a sciare forte, poi si farà male ancora e poi ripartirà di nuovo. Avanti così, fino a che avrà voglia di farlo.
Ma la bellezza di scoprire, di volta in volta, le proprie ragioni merita di non essere spoilerata.
E la sorpresa di capire che a renderla speciale è il suo non essere speciale, ma essere umana, è una gioia che si deve godere in all’improvviso, osservando la sua famiglia che ride di gusto, sotto al palco dove si scelgono i pettorali.

By The Owl Post

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