A volte la sola cosa più dolorosa di allenarsi è non poterlo fare

Lo sport fa bene, lo sappiamo tutti.

Fa bene alla mente e fa bene al corpo.

Ma quando arrivi a farne un mestiere, un lavoro, prima o poi, ne dovrai affrontare anche il rovescio della medaglia, di cui da bambino non ti hanno parlato.

Il professionismo ti costringe alla costante ricerca di un limite nuovo, da raggiungere con fatica, con sacrificio, ogni giorno, perché se non lo farai tu, lo faranno tutti gli altri, e prima di rendertene conto ti accorgerai che vanno più forte di te.

 

Il paradosso del tempo che scorre al contrario:

le tue gare del passato raccontano di quanto vali, eppure non contano più niente; mentre il futuro è soltanto un’idea eppure è già la sola cosa che conti.

 

La competizione è spingersi oltre.

Oltre gli altri, ma soprattutto oltre il te stesso del giorno prima, e oltre quello della settimana prima: è sfibrante, una lotta senza quartiere.

Tutti gli sciatori sono costantemente in overtraining, tutti sotto un’enorme pressione mediatica e ambientale, e trovare il proprio equilibrio funzionale è la cosa più complicata in assoluto.

È un circolo, e quando ti trovi nell’occhio del ciclone è dura trovare il tempismo perfetto per fare un salto ed uscirne fuori, a respirare un po’ di aria fresca.

Ci sono dei giorni in cui ti alzi con dei tali dolori, sparpagliati in tutto il corpo, che l’allenamento che ti aspetta appare come una sfida troppo grande, qualcosa di cui, per un istante, non comprendi più la ragione, i perché.

 

Poi, ti ricordi che l’indomani, o il giorno dopo ancora, c’è una gara, perché c’è sempre una gara all’orizzonte. Una gara importante, una pista storica, con in palio i punti che contano per la classifica. Classifica per la quale lavori da sempre, che assegna la Coppa che hai sempre sognato vincere.

Ecco che all’improvviso la prospettiva di rinunciare ad un allenamento fa più male dei muscoli e delle articolazioni, che scricchiolano da quando è suonata la sveglia.

 

Quindi: la sola cosa più dolorosa di allenarsi è proprio non poterlo fare.

 

Il nostro è uno sport che vive di momenti, di istinti e di emozione, e molto spesso la differenza tra il successo e l’insuccesso la fanno la lucidità dei tuoi pensieri e la forza della tua mente.

Ricordo, per esempio, i Mondiali di Sankt Moritz, che furono per me come una lunga apnea. Due settimane vissute con la testa sotto l’acqua, con la sensazione di una mano sul capo che mi impediva di uscirne.

 

Nei mesi precedenti ero saltato da una pista all’altra, da un albergo all’altro, da un aereo all’altro, senza riuscire mai a ritagliarmi del tempo per me.

Senza essere in grado di prendermi cura di quello che circonda la mia professione.

I grandi appuntamenti, come i Mondiali e le Olimpiadi, mi riempiono sempre il cuore di gratitudine; percepisco proprio il piacere di esserci, di farne parte.

Un piacere semplice, puro.

Il grande palcoscenico mi piace, oggi ne riesco a trarre in egual misura divertimento e motivazione, ma ai quei Mondiali lì arrivai esausto, e faticai molto più del previsto a esprimere il mio sci.

 

Quando vivi dentro al circuito è difficile capirlo, o vederlo, ma il segreto dello sport è comprendere che: lo sport non è mai soltanto sport, ma è un modo di pensare.

Un motivo di aggregazione, un punto sospeso nel tempo e nello spazio, che attira tutti verso di sé.

Quando ne capisci il valore, ti senti parte di un grande gruppo di persone, che sembrano quasi conoscere un segreto: fare un’esperienza è bello, ma condividerla è anche meglio.

 

Il mio sport è lo sci, ma prima dello sci, per me lo sport è stato, semplicemente, tutto, fin da quando ero piccolissimo.

Sono stato un bambino attivo, era impossibile riuscire a farmi stare fermo e saltavo come una trottola da una parte all’altra del paese, che fosse quello di papà, in Francia, o quello di mamma, in Norvegia.

Ho preso pezzetti di entrambe le culture e ne ho fatto una sintesi tutta mia.

Ero sempre in cerca di una nuova disciplina, di un nuovo gruppo con il quale giocare.

Per questo, la lista delle mie esperienze passate è molto lunga, e anche piuttosto variegata.

 

Ho giocato a tennis e a calcio.

Ho praticato sport di combattimento come la boxe e il judo.

Per due anni mi sono persino dato alla scherma, che in Francia ha una lunga tradizione, piena di campioni e di grandi successi.

Il mio professore di storia era stato un grande schermidore, arrivando fino alla nazionale maggiore, e fu lui a convincermi a provare.

Continuai per due anni, fino al giorno in cui diventai troppo grande per tenere il piede in più di una scarpa e dovetti scegliere a quale sport dedicarmi da lì in avanti.

 

Avevo 15, 16 anni, e alla fine scelsi lo sci.

Era la cosa più esaltante in assoluto, la sola in cui il risultato dipendeva unicamente da me, dalla mia prestazione. Non era come il calcio, dove poteva succedere che giocassi bene e la squadra perdesse lo stesso.

Oppure, peggio ancora, che la mia squadra vincesse, ma io avessi addosso la sensazione di non essere stato all’altezza degli altri.

 

Alla fine scelsi lo sci perché lanciarsi sulla neve è esaltante, perché da una botta di adrenalina impareggiabile. In più ero anche bravo.

Nello sci ci sono le classifiche, i pettorali ed il cronometro, quindi se sei forte, e se vai forte, nessuno ti potrà mai togliere nulla, è una scalata tutta tua, della quale sei il produttore, il regista e pure l’attore protagonista.

 

Dalla mia infanzia ho portato con me il bagaglio di esperienze fatto negli altri sport, che sono tutti così diversi eppure così uguali, perché che si usi un fioretto, un pallone o un paio di sci, serve sempre la giusta dose di equilibrio, di reazione e di esplosività.

Forse è proprio per questo che sono diventato lo sciatore che sono.

Forse è per questo che mi piacciono tanto le prove tecniche quanto la velocità.

Forse è grazie a questo che sono rimasto aperto di cuore e curioso di mente.

 

Il presente è una rivoluzione.

Il 2020 ha stravolto le vite di tutti noi, facendoci dimenticare l’importanza delle occasioni sociali, l’impatto che hanno sul nostro benessere e sulla nostra felicità.
Lo sport è l’espressione sociale più universale di tutte, come la musica.

 

Un linguaggio globale, che dopo mesi di clausura forzata stiamo iniziando a dimenticare, e con lui perdiamo anche i valori che gli vanno a braccetto, l’umiltà su tutti.

Perché niente come lo sport ti mette di fronte alla semplice verità che la vita è fatti di alti e bassi, ed è quello che impari tra uno e l’altro a determinare chi sarai domani.

 

è vero: se lo sport è il tuo mestiere, a volte, la sola cosa più dolorosa di allenarsi è non poterlo fare, ma per fortuna di tutti lo sport non è mai soltanto sport, è un abbraccio collettivo, un bene condiviso.

E se avessi l’occasione di mandare un messaggio, e un messaggio soltanto, in un momento come questo, sarebbe senza dubbio: siate voi stessi, e tenete la testa alta, perché non c’è solo una strada che conduce a Roma, ce ne sono tante, ognuna con la propria, magnifica, vista privilegiata su bellissime montagne innevate.

 

The Owl Post per Cortina 2021