Non si dovrebbe mai chiedere ad una signora gli anni che ha.

Non è elegante e, troppo spesso, la risposta potrebbe deludere.

Ad osservarla da vicino, comunque, i segni dell’invecchiamento, alla fine, si notano sempre e il tempo sa essere in egual misura tiranno oppure amico.

Dipende dalla compagnia.

Il tempo lavora in maniera diversa rispetto agli uomini.

Si può invecchiare bene o si può invecchiare male, quello che non si può fare è mentire sulle date.

 

Sono molto gelosa delle mie bellissime valli che come le pieghe di una gonna, disegnano i miei fianchi, scendendo morbide verso la pianura, ognuna affacciata su un diverso spicchio del mio orizzonte. In alcune di quelle valli si è combattuta anche la guerra.

La Grande Guerra, durante la quale ho cercato di offrire riparo e protezione nell’ora più buia.

È da molto tempo ormai che non sento più l’eco degli spari risuonare nella pancia delle mie grotte e dei miei nascondigli.

 

Oggi, il Mondo, ha più amore per la bellezza che non per la conquista, e questa è una vittoria di tutti, anche mia.

 

Tutti quanti abbiamo un profilo migliore, che cerchiamo sempre di offrire all’obiettivo del fotografo, e il mio versante preferito è quello d’oriente.

A est.

Perché mi piace farmi baciare dal primo sole del mattino e anche perché, sul quel lato lì, ci arrivano da ovunque, per sciare sulle mie piste, dall’alba al tramonto.

 

Tra i tanti arabeschi che dipingono i miei fianchi, nessuno è affascinante quanto la Stratofana. In molti, la maggior parte anzi, si riferiscono a lei come all’Olympia delle Tofane, ma chi è nato e cresciuto sui miei pendii non lo farebbe mai, perché la tradizione ha delle regole precise. La montagna, ogni montagna, è costruita sopra una memoria di ferro, che non dimentica e non ignora.

 

La Stratofana me la disegnarono addosso quasi settant’anni fa, ed è ancora lì, scintillante, spesso ghiacciata, ad alimentare le paure e i desideri degli sciatori di tutto il Pianeta.

La progettarono in onore delle Olimpiadi di casa, quelle del ’56, che a ripensare, oggi, a quelle immagini mi sembrano vecchie di centinaia di anni.

Gli sciatori di allora erano veri e propri pionieri, coraggiosi e folli.

Romanticismo e coraggio contavano più della sciolina e della neve.

 

I miei preferiti erano quelli della discesa libera.

Li sentivo arrampicarsi sul mio fianco, passo dopo passo, a studiare gli angoli del percorso e a batterlo con gli sci, come se cercassero di appiattire le mie rughe una ad una.

La discesa era libera per davvero, a quei tempi, perché di organizzato c’erano soltanto due cose: la partenza e l’arrivo.

In mezzo, nient’altro.

Solo la neve, i boschi, le migliaia di vie per arrivare fino in fondo e la voglia di farlo più in fretta degli altri.

I più scaltri, durante la ricognizione, lasciavano dei segnali sugli alberi o nella neve per ricordarsi dove girare, per segnalare quale fosse la strada migliore.

Solo che poi passavano anche gli scaltri delle altre nazioni, che li spostavano per piazzare i loro, di segnali.

Se sono tutti scaltri non è forse scaltro nessuno.

E io mi divertivo come una matta ad osservarli dall’alto.

 

La parte della Stratofana che amavo di più era la grande S.

 

La S di signora.

La S di sci.

 

Erano due curve obbligate, in rapida successione, da fare giù, quasi in fondo alla pista, e dove arrivavi a gran velocità.

All’inizio, se sbagliavi, finivi dritto contro gli alberi, poi, con il tempo-galantuomo, mi hanno allargato un poco i fianchi, così sono diventata più accessibile a tutti.

La mia S è addolcita.

 

Comunque, all’inizio, da quel lato là venivano giù soltanto gli uomini.

 

Era roba da duri, dicevano.

Ero indomabile, dicevano.

 

Così è stato dall’Olimpiade e fino all’inizio della Coppa del Mondo, nel 1969.

Poi, qualcuno, iniziò a dubitare della mia difficoltà.

Gli sci mutavano alla velocità del vento, raggiungendo nuovi orizzonti e trasformando un gioco magnifico, in un lavoro del futuro.

Gli scaltri persero il vizio ed arrivarono così gli uomini jet.

 

Le attrezzature si facevano sempre più tecnologiche e impressionanti.

Diventai troppo facile, secondo alcuni.

E questa non è mai una cosa elegante da dire ad una vecchia signora.

 

Ma rivincita fu, anche per il mio onore macchiato, grazie all’avvento delle nuove regine delle nevi.

 

In tempi più recenti, infatti, i miei domatori sono cambiati e le donne si sono sostituite agli uomini, ormai dimentichi delle gioie dei miei fianchi.

Ma era soltanto un arrivederci, perché il destino opera per vie traverse e la montagna è di sicuro l’essere vivente più paziente che ci sia.

Ci sono voluti anni, e fatiche, e fallimenti, ma la gente che vive sotto la mia ombra è riuscita a riportare sulle mie nevi un altro grande evento: li chiamano Mondiali.

 

Per poterli ospitare bisognava, però, disegnarmi addosso un tracciato nuovo, proprio appresso alla Stratofana, che seducesse i grandi sciatori di oggi.

 

È così che hanno creato Vertigine.

 

Vertigine è vecchia e nuova allo stesso tempo, perché racchiude in se pezzetti di cose antiche ma li rimescola con occhi nuovi e, soprattutto, con una partenza impertinente.

Impertinente per davvero.

Mai nessuno aveva osato immaginarsi di salire tanto in alto sulla mia gonna per iniziare una discesa, ma questa volta ho chiuso un occhio, perché la vista da quassù è troppo bella per non poterla condividere e, forse, anche perché nessuno mai si sogni di dire che la pista è troppo semplice.

Una vera signora non esce due volte con l’uomo sbagliato.

 

Il buio di questi giorni, con le mie valli svuotate e silenziose, è una sorpresa inaspettata.

Mi attendevo una festa ed invece osservo la mia gente rintanata nelle case, impaurita e costretta ad osservarmi attraverso le vetrate dei salotti.

Per quanto respirare possa essere piacevole, mi mancano le carezze della gente sul mio dorso rugoso e consumato.

 

Quando tutti potranno tornare a trovarmi, allora ospiteremo visitatori da tutto il Mondo e a loro mostreremo la bellezza della Storia e del nuovo che s’incontrano, sopra il mio pendio orientale.

 

La Stratofana, o l’Olympia se preferite, sarà carica del fascino di decenni di storia, che la renderanno sogno e paura di molte generazioni ancora.

 

La Vertigine, invece, sarà fremente, fredda e scintillante, in attesa che i campioni di oggi trasformino anche lei, nuovo classico, nel sogno e nella paura degli sciatori del domani.

 

Un testo di Jacopo Pozzi, The Owl Post