Barack Obama o Vladimir Putin.

Ronald Reagan o Deng Xiaoping.

Papa Giovanni Paolo II o Winston Churchill.

Potremmo continuare così a lungo, di coppia in coppia, di dualismo in dualismo, elencando i volti noti che sono finiti lassù.

La rivista Time, infatti, è un luogo di culto, uno di quei posti magici in cui non basta avere un ottimo ufficio stampa per finire in copertina.

Serve ben altro, bisogna essere un’icona.

Un’icona del proprio tempo, una rivoluzione culturale, una divinità contemporanea.

Un volto, quindi, che non ha bisogno di presentazioni. Che sia nel bene oppure nel male, in perfetto stile bipartisan: l’importante è che se ne parli.

Il 17 febbraio del 1936, però, sulla prima pagina della rivista più famosa del Mondo troneggiava il fisico statuario e muscoloso di una 34enne in bikini che, con un paio di sci ai piedi, risaliva il versante di una montagna, a Garmisch.

Leni Riefenstahl era figlia di un grande imprenditore berlinese dell’inizio del secolo scorso che, come tutti i padri dal grande presente, sognava di costruire per lei un futuro dentro l’azienda di famiglia. Leni, però, aveva un’anima divisa a metà, le due parti di un intero, non comunicanti eppure necessarie l’una all’altra. Con il sostegno della madre (un sostegno, si sussurra, costoso quanto un divorzio) decise di abbracciare l’arte, e l’arte, nella visione del padre, era “l’altra” metà.

Avviata alla danza, alla pittura e al teatro si guadagnò tutto il dispiacere del patriarca, il quale, in un estremo tentativo di svergognarne pubblicamente le mancanze, la iscrisse alla più prestigiosa Accademia di Belle Arti di tutta Berlino.

La giovane Leni non mollò, anzi. Divenne prima una grande ballerina, poi una grande attrice, al punto da battagliare con Marlene Dietrich per qualche ruolo da protagonista, ed infine anche una grande regista.

Così, il suo occhio ed il suo talento diventarono materiale da copertina del Times, quando il CIO assegnò la storica doppietta olimpica, moda estate-inverno, alla Germania nazista e Leni fu scelta come regista ufficiale dei Giochi.

Le Olimpiadi estive, quelle del poker di Jesse Owens, per intenderci, finirono immortalate in due lungometraggi dalla bellezza stupefacente, Olympia, ancora oggi vertici inarrivabili del racconto sportivo.

Pochi sanno, invece, che quelle invernali ne furono un succulento antipasto, una grande prova generale di cui Leni fu, ovviamente, l’epicentro creativo. Le cronache del tempo riportano che presidente del CIO, il belga Baillet-Latour, chiese gentilmente, per l’occasione, di rimuovere dalle porte d’ingresso dei locali i cartelli: “Vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”.

 

L’edizione numero IV dei Giochi Olimpici invernali fu dunque assegnata alle cittadine bavaresi di Garmisch e Partenkirchen, e vi parteciparono il numero record di 28 nazioni e di 646 atleti, tra i quali un misero 12% erano donne. Oltre all’opera cinematografica di Leni che, scrisse Rolly Marchi, era sempre molto indaffarata a salire e scendere da trespoli, scale e dare ordini per le riprese”, l’edizione passò alla storia anche per essere stata la prima in assoluto ad avere in programma lo sci alpino.

Difficile da immaginare, oggi, un’olimpiade senza una medaglia d’oro di discesa, o di slalom, o di gigante, da assegnare. Eppure, fino al ’36, sotto l’ombra dei Cinque cerchi, si combatteva per l’alloro a colpi di hockey, di curling, di pattinaggio, di sci nordico e anche di pattuglia militare, che era una sorta di antenato del biathlon e il cui svolgimento richiamava, un po’ sinistramente, la campagna di Russia, di Napoleonica memoria.

Finalmente lo sci alpino, allora; fiore all’occhiello della giacca invernale; l’evento più atteso e quindi più intrigante, pieno di grandi personaggi e storie da raccontare.

C’era però da decidere quali gare inserire nel calendario olimpico ed infine, in mezzo all’indecisione, vinse l’idea di premiare i vincitori, maschi e femmine, di una gara, ed una gara soltanto: la combinata.

Alla combinata toccò così il compito di iniziare il lungo e glorioso percorso dello sci alpino alle Olimpiadi, assegnando le prime sei, attesissime, medaglie.

Però, come quasi sempre accade quando c’è di mezzo l’uomo, e ancora di più se si parla di combinata, la platea si divise immediatamente. Guelfi e Ghibellini, gli uni contro gli altri, da un lato i tecnici e dall’altro i romantici.

Dal lato dei tecnici, che, per la verità, era affollato anche di giornalisti, di allenatori e di sciatori, si sosteneva che la discesa meritasse una storia tutta sua. La pista Kreutzeck, che era piena di gobbe, faceva paura a tutti e il gruppo degli azzurri, per prepararsi, si era allenato a Madonna di Campiglio, sul Pancugol, anche lui piuttosto pieno di asperità. Far seguire un semplice slalom a cotanta impresa aveva il sapore di una camomilla a fine pasto.

Dall’altro lato invece, a difesa della combi, si accomodarono gli spettatori, gli appassionati di sport e tutti coloro che, sotto ad una prestazione, tra le pieghe di una gara, cercano sempre la narrativa, il racconto e l’epica garibaldina.

Si cominciò, come tradizione vuole, con la discesa e furono due norvegesi a prendere subito il largo. Il largo per davvero. Birger Ruud tra i maschi e Laila Schou Nilsen tra le donne. Quasi 5 minuti di discesa per Birger, che rifilò 4 secondi e mezzo al secondo, lui che nella stessa Olimpiade si cimentò anche con il fondo e che era pure campione del Mondo di salto con gli sci. Il buon Ruud accarezzò a lungo il sogno di vincere una medaglia che sarebbe stata irripetibile ma 2 giorni dopo, nello slalom, saltò una porta, gli affibbiarono 6 secondi di penalità e finì quarto, ai piedi del podio.

A vincere fu un tedesco, anzi fu doppietta, e più del vincitore, Franz Pfnür, sarebbe stato il secondo classificato, Gustav Lantschner, a meritarsi il titolo di eroe dei due Mondi. Perfetto esemplare di combinatista, Gustav è stato sciatore, attore, regista e direttore della fotografia.

Tra le donne, la Nilsen, che anche lei, tennista professionista e pattinatrice provetta, in quanto a talenti non scherzava, subì la clamorosa rimonta di Christl Cranz nello slalom. La tedesca, solo sesta in discesa, rifilò alla seconda classificata, tedesca pure quella, il distacco record di 21,3 secondi, vertice dell’imprevedibilità della combinata.

4 medaglie totali per i tedeschi, e l’inizio di una discussione lunga quasi cent’anni sulla formula della gara.

 

Fin dal principio, quindi, la combinata è stata un concentrato di emozioni, una lotta tra ideologie, alla ricerca del campione più campione degli altri, quello capace di vincere anche gareggiando negli scarponi altrui.

Colpi di scena, ribaltoni inattesi e pronostici stracciati, hanno da sempre fatto da cornice alla gara più strana di tutte. La più innovativa, eppure la prima.

Non stupisce allora che i nomi più rilevanti della storia della disciplina siano anche tra i più rilevanti-e-basta. Talenti capaci di navigare a vista e di adattare il proprio sci a tutto quel che la montagna può proporre.

Gustav, non quello del ’36, ma il nostro Gustav, il cognome non serve. E poi: Marc Giradelli, Pirmin Zurbriggen e Janica Kostelić. Fino a Kjetil André Aamodt, lo sciatore più medagliato della storia olimpica, padrone indiscusso della disciplina fino al 2007, anno in cui si ritirò, da “atleta norvegese dell’anno in carica”, e anno in cui, beffardamente, inserirono la Coppa del Mondo di Combinata. Una sfera di cristallo che talvolta ha parlato italiano, per informazioni citofonare a Peter Fill e alla Brignone, e che ormai da un po’, in campo maschile, viene recapitata direttamente a casa del francese Alexis Pinturault, uno che è stato capace di elevare il suo eclettismo a elemento fondante della carriera.

 

Dopo gli inizi da copertina, e prima delle Coppe di cui sopra, nel mezzo, spesso la combi è stata l’ago della bilancia di stagioni intere. Quasi silenziosa, di certo imprevedibile, raramente entrava nelle previsioni e tabelle di marcia di inizio stagione, salvo poi fare la differenza quando si tiravano le somme. Come quando nel ’92, in un derby delle Alpi, lo svizzero Paul Accola vinse la classifica generale sul nostro Alberto Tomba, con 300 punti di distacco, frutto del percorso netto, 3 vittorie su 3, che fece nelle combinate stagionali.

La vera bellezza della combinata, però, è la sua capacità di stupire e di diventare, a volte, il momento indimenticabile in mezzo ad una serie di momenti indimenticabili. Il perfetto set per ogni Cinderella story.  Come quella di Josef Polig, altoatesino, che si narra avesse guadagnato nel circuito il soprannome di Joe-speck, per via di un redditizio commercio sottobanco del famoso salume italiano. Joe era un polivalente di poco successo: qualche piazzamento e nulla più. Nel 1991 finì tra i migliori 30 in ben 4 discipline su 5: di tutto un po’, insomma, ma senza esagerare.

Alle seguenti Olimpiadi di Albertville ’92, però, arrivò il suo momento di gloria, tanto inatteso quanto spettacolare. Al cancelletto della Combinata che valeva un oro olimpico c’erano tutte le grandi firme dell’epoca, da Accola, a Gunther Mader. Con due prove superbe in discesa la valanga azzurra piazzò Gianfranco Martin al secondo posto e il buon Joe-speck al sesto. E andava bene così.

Poi, nel corso delle due manche di slalom, su una pista sempre più rovinata, caddero, inforcarono o sbagliarono la gara tutti, ma proprio tutti, quelli che ambivano a vincerla, e sul podio, alla fine, rimasero i due azzurri, Polig primo e Martin secondo, travolti dai flash e con i sorrisi increduli.

Joe-speck non salì mai più sul podio, alle Olimpiadi, ai Mondiali o anche “solo” in Coppa del Mondo. Indimenticabile.

 

In quella combinata Olimpica, sesto finì il giovane Kristian Ghedina che solo un anno prima, al Mondiale austriaco di Saalbach, era stato anche lui protagonista di uno dei ribaltoni classici che solo la combinata sa offrire.

Era l’esordio assoluto per lui in una competizione iridata. In SuperG, con il pettorale numero 4 e la tuta di un modaiolo color rosa acceso, chiuse al nono posto, non lontano dai primi, ma neppure in prima fila per provare a raccogliere una medaglia, lui, specialista delle discipline veloci, anzi velocissime.

Nello slalom, come da previsione, furono i grandi interpreti dell’epoca a piazzarsi davanti. Per Kristian la prima manche si chiuse con il diciottesimo posto, obbligandolo così a guardare da spettatore-non-pagante l’inversione dei migliori 15, prima di poter completare la sua gara.

La classifica con Stephan Eberharter, primo, Gunther Mader, secondo, e Paul Accola, terzo, sembrava cristallizzata e all’arrivo iniziarono i canti trionfali e l’assemblaggio del podio. Intanto su, al cancelletto di partenza, Ghedina, che vestiva una più tradizionale divisa verde acqua, era pronto a chiudere la sua prima combinata mondiale, tra l’indifferenza generale e il sonnecchiamento dei telecronisti, che parlando nei microfoni della compianta Telemontecarlo si augurarono che il nostro non prendesse rischi inutili, visto che è fuori dai giochi.

Ma Kristian dei buoni-consigli non se ne è mai fatto nulla. Partì a cannone, si prese una vagonata di rischi, e mise a segno la sua migliore manche di sempre in slalom. Secondo.

Argento per l’uomo da Cortina.

L’incredulità fu tale che nessuno, o quasi, se ne accorse, neppure i cronisti stessi che, finché non finirono i conteggi e la grafica non scrisse “2” vicino al nome, non seppero che cosa dire.

 

La combinata era e resta un mondo a sé, romantico e antico, nel quale c’è ancora spazio per il racconto e per l’impresa che spacca il pronostico.

Lo sport contemporaneo vive di specializzazioni, di ricerca e della costante sfida al tecnicismo, al dettaglio. Nulla viene lasciato al caso, ancor meno viene affidato alla sorte e la tecnologia, a volte, appiattisce quel che resta.

Eppure la prima volta in assoluto che lo sci si affacciò sui Cinque Cerchi lo fece proprio con quel misto di adrenalina e poesia che è la combinata.

E per un Mondiale, come quello di Åre, che si chiude con le medaglie d’oro al collo dei favoriti della vigilia, ce ne sono stati tanti che hanno raccontato storie inattese e irripetibili. Chissà che cosa ci riserverà il prossimo, tra le nevi di Cortina.

Perché per vincere una combinata serve di tutto un po’, come le gelatine Tuttigusti+1 di Harry Potter. Occorre un talento curioso, sempre nuovo e avventuroso, come quello di Leni Riefenstahl, la prima a raccontare un’Olimpiade sugli sci.

Una donna piena di dualismi interiori, certo, ma anche di meraviglia, che si sposò 4 volte, di cui l’ultima a 100 anni suonati e che nel giorno del suo 72esimo compleanno mentì sull’età pur di farsi dare il brevetto da sub che le serviva per la sua prossima, incredibile, impresa.

 

The Owl Post per Cortina 2021