Breve biografia non autorizzata della discesa libera.

Non era lo sci la passione principale di Toni.
Lui voleva fare il cantante ed il physique du rôle, certamente, non gli mancava.
Fronte ampia, sorriso in stile Hollywood, lineamenti marcati e capelli impomatati alla Elvis, come richiedeva tassativamente la moda dell’epoca.
Toni Sailer, però, non era di Memphis, ma era nato a Kitzbühel .
E se vieni al mondo proprio sulle pendici della Streif, non puoi nasconderti troppo a lungo, perché sarà la neve, prima o poi, a venire a cercarti.

Nato a cavallo delle due grandi guerre che hanno insanguinato il Vecchio Continente, Toni si sarebbe ritirato con 3 medaglie olimpiche e 8 medaglie mondiali in bacheca, alla veneranda età di…23 anni.
Altra epoca, certo.

Altra epoca ed altro sci.
Quando ruzzolavi a terra ti rottamavano direttamente, spesso senza neppure provare ad aggiustarti.
Quelle braccia rubate all’agricoltura, però, che il padre contadino avrebbe voluto veder faticare nei campi, erano fatte per tenere i bastoni da sci. Senza discussione.

Sailer aveva un rapporto speciale con le nevi di Cortina perché fu lì che, appena diciannovenne, vinse il suo primo oro in discesa libera, nell’inverno del 1954.
Ma è due anni più tardi che l’amore tra l’austriaco, la specialità e la nostra montagna preferita, esplose in tutto il suo romanticismo.

Settima edizione dei Giochi Olimpici Invernali, assegnati alla ridente Cortina d’Ampezzo, che aveva finalmente superato l’agguerrita resistenza di Colorado Springs, di Montreal e di Lake Placid. Più di questo: furono vinti anche i sortilegi di una mala sorte senza precedenti che aveva costretto il conte Alberto Bonacossa, padre fondatore dello sci italiano, commissario del Coni e mammasantissima del nostro sport, ad inoltrare al CIO ben tre candidature differenti, prima di riuscire a portarne a casa una.

Al cancelletto di partenza di quell’edizione, il buon Toni Sailer da Kitzbühel , si presentò per ogni singola gara che lo sci alpino avesse in programma.
E le vinse tutte quante.
Non mancarono comunque le emozioni ed i rovesciamenti del destino, in pieno stile anni ’50.

Il giorno dello slalom speciale la sveglia non suonò e Toni si presentò alla partenza con un tale ritardo che gli affibbiarono il pettorale numero 135. L’impomatato arrivò

lo stesso primo e festeggiò sfoggiando il solito sorriso da pubblicità delle gomme americane.
E chi poteva contraddirlo?
In fondo il giorno prima, nello slalom gigante, aveva rifilato ben sei secondi di distacco al secondo in classifica. Un record che nessuno, mai, avrebbe più avvicinato.

Fu la discesa libera la gara più incerta tra tutte.
Il contingente tricolore si è dovuto accontentare di due piazzamenti discreti e nulla più, ad opera dei fratelli di Cortina, Gino e Bruno Burrini.
Ma un po’ d’Italia si infilò lo stesso sotto la tuta del vincitore.
Austria e Svizzera si stavano combattendo i primi quattro posti, che avrebbero poi spartito equamente, o quasi.
Toni, favorito d’obbligo dopo le mirabilie dei giorni precedenti, proprio in partenza, ruppe una delle cinghie che tenevano lo scarpone incollato allo sci.
Un altro austriaco, che di lavoro però faceva l’allenatore dell’Italia, gli venne in soccorso. Cinghia riparata e giù in picchiata verso la leggenda.
Distacchi ridotti, almeno per i suoi standard. 3 secondi allo Svizzero Fellay, secondo. 4 al bronzo, Molterer, ed infine 8 e 10 secondi ai Burrini, rispettivamente Gino, sesto, e Bruno, nono.

Di lì a breve, il Toni si dedicò alla sua musica, con risultati discutibili ma certamente appassionati, e al cinema, mentre la discesa libera continuò ad essere la regina della neve, polo d’attrazione naturale per le personalità più colorate di tutto il circuito.
Da sempre.

Innanzitutto la discesa libera è la più antica fra tutte le specialità, e fin qui è affare della logica. All’inizio era la semplice, per così dire, discesa d’una montagna.
Si parte in cima e si va fino in fondo, chi arriva primo vince.
Nessuna porta.

Nessuna traiettoria.
Fate attenzione agli alberi e divertitevi.

In Norvegia, pare, che si facessero gare così già dagli inizi dell’Ottocento, a Christiania, oggi Oslo, capitale del Paese. In ogni caso, ad imporsi nella prima competizione ufficiale di discesa libera, nel 1868, fu il leggendario Sondre Norheim, che ad anni compiuti 43, riuscì a mettere a tacere i più giovani virgulti con classe sopraffina e tecnica raffinata.

Sondre, artista quant’altri mai, avrebbe poi anche inventato il Telemark, nominato così in onore alla sua contea d’origine, e decine di diversi attacchi e di scarponi, oltre a contribuire nell’esportare in tutto il Mondo due delle parole nordiche di uso comune più amate dagli appassionati: sci e slalom.

La discesa libera, dunque.
Roba da pionieri, ma fu comunque inserita nel programma olimpico soltanto a San Moritz, nel 1948, edizione numero 5.

Quali furono gli sport delle prime 4 edizioni?
Il pattinaggio, un po’ di hockey, o qualcosa di simile, e tanto, tanto sci nordico.
Nel tempo la discesa è diventa l’espressione fisica di un desiderio profondo di libertà, di follia, quasi la voglia di osare qualcosa.
Un abbraccio collettivo, che ci fa trattenere il fiato, in partenza, ma anche al traguardo. Per tacere poi, di quando qualcuno, malauguratamente, cade.
Era la specialità per eccellenza, ed è diventata la specialità per eccellenza dei creativi, degli spontanei, di coloro che rompono gli schemi, frantumando la barriera del suono.

È stata la preferita di Bode Miller, per esempio.
Cresciuto da una coppia di hippy in una casa senza corrente né acqua, è diventato refrattario alle regole. Un battitore libero, che girava l’Europa in camper, che si sbronzava con i tifosi, che apprezzava un’occasionale compagnia femminile e che, soprattutto, sciava come s’immagina che possa sciare un dio greco.
Follia, inventiva, incoscienza.
Come quando scese dalla Stelvio su uno sci solo, per la gioia dei fotografi, e l’ira del suo allenatore. O come quando raccontò ai reporter che fosse solito tenere alcune medaglie in bagno, così era certo che chiunque gli facesse visita le avrebbe viste almeno una volta.

“Questi sono matti!”

Se guardi in basso, su, dal cancelletto, il tracciato di una discesa, altro non puoi dire. Chi si butta da qui non può che esser matto.
Matto lo era, e forse ancora lo è, Kristian Ghedina, il Ghedo.
Un matto che però a Cortina ha lasciato il cuore, una medaglia che brilla senza sosta da trent’anni e più di qualche ossa rotta.

Ma quelle, oggi, si riparano piuttosto in fretta.

E come parlare di discesa senza citare la classe di Franz Klammer o quella di Lindsey Vonn? Vada per la Vonn, ci perdoneranno gli austriaci.
Una campionessa straordinaria, talmente forte in discesa che solo un terribile infortunio fu capace, nel 2014, di intromettersi tra lei e la Coppa di cristallo di specialità. E comunque dopo averne già vinte 6 di fila e prima di vincerne ancora due. Una sciatrice completa, elegante, innamorata dell’Olympia delle Tofane, che era capace di farti quasi dimenticare dell’esplosività delle sue gambe grazie ad una tecnica così perfetta da far sembrare che galleggiasse sulla neve.

Perché la follia, che a volte è solo un altro nome del genio, si può esprimere in mille maniere diverse. Inventando una disciplina, con una vita da divo del cinema, con l’istinto puro, ma anche con la forza delle proprie idee.
Con la decisione e l’irruenza che servono per prendere le convinzioni che hai e portarle avanti, quando nessun altro ha il coraggio di farlo.

Come guardare le gare di Dominik Paris, che speriamo di tornare ad ammirare presto. Lui, che disegna traiettorie sbagliate.
Per gli altri.

Sono troppo dure. Troppo nette. Impossibili da tenere. E invece.

O come gustarsi una libera di Sofia Goggia, che rispetto ad altre sciatrici è diversa e si capisce già alla prima curva. Dove la gente pennella lei taglia. Dove l’ortodossia frena, lei mette lo sci di spigolo. Assomiglia ad un quadro di Lucio Fontana: uno strappo, netto, che brucia la tela bianca e che ti cattura l’occhio, anche se non sai perché.

La discesa libera, di cui le Tofane sono preistoria, storia e anche futuro, è da oltre 150 anni il significato stesso dello sci.
Territorio di conquista e di scoperta.
Espressione più spontanea d’un triangolo d’amore che unisce l’uomo, la velocità e la natura dentro ad un unico orizzonte.

Sfida per pochi e gioia per gli occhi.

 

The Owl Post per Cortina 2021

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Fondazione Cortina 2021
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