Articolo di The Owl Post

 

A contarli per bene sono passati 30 anni.

Ma a me sembra successo ieri.

Quello era il mio primo anno a grande livello.

Quello della mia esplosione.

 

Ai tempi la stagione iniziava sempre con due discese libere e io partii alla grande, con due podi, praticamente da sconosciuto.

Mi ritrovai così alla vigilia di Kitz in testa alla classifica generale.

Ancora non esisteva il pettorale rosso, ma io ero davanti a tutti.

Era la mia prima volta a Kitz e questo basta a mettere in guardia qualunque sciatore del Mondo, ancora oggi. In più era anche la stagione del 50esimo della pista e l’attesa per la gara era alle stelle.

 

C’era pochissima neve ma si fece il possibile per correre lo stesso.

Si doveva scendere a tutti i costi.

Per cui si inventarono una discesa più corta, ma da disputare in due manche, in cui si sommavano i tempi, come si fa con il gigante.

Una cosa più unica che rara, ma si sa che a Kitz possono fare di tutto.

 

Durante la prima manche ho perso l’equilibrio e sono caduto.

Sono scivolato sulla neve, attraversando le reti e finendo a sbattere contro una fune d’acciaio. L’ho colpita appena sotto l’ascella, per fortuna, perché se l’avessi presa sul collo mi sarebbe andata peggio.

Nell’impatto mi sono rotto due costole, in più il colpo mi ha fatto schizzare via come una molla e ho tirato una gran capocciata al suolo che mi ha provocato una commozione cerebrale.

 

I medici dissero che per almeno un mese dovevo starmene buono a riposo, ma accettarlo, quando hai vent’anni e sei in testa alla classifica, non ti viene proprio semplice.

Saltai le due gare successive, in Val d’Isere.

Nell’inverno del ’90 la neve scarseggiava un po’ dappertutto ed erano poche le località a garantire una pista adeguata.

 

Cortina, casa mia, si era candidata, con successo, ad ospitare una gara tra quelle da recuperare e la notizia aveva mandato in fibrillazione tutto il paese. La Coppa del Mondo degli uomini mancava da anni ed era ora che tornasse sulle nostre montagne.

 

Iniziai a chiamare tutti i dottori che conoscevo pur di farmi dare l’ok a partecipare da almeno uno di loro.

Erano passati solo 15 giorni dal mio incidente ma io non potevo assolutamente mancare.

Dicevo a tutti di sentirmi alla grande, di non avere nessun dolore, anche se ovviamente non era vero.

Ho rotto le palle fino al punto in cui non hanno potuto fare altro che dirmi di sì.

 

La prima vittoria a Cortina, 3 febbraio 1990

 

Vinsi quella gara, ed è sicuramente il mio trionfo più bello in assoluto.

Impossibile da eguagliare.

Sono stato anche il primo italiano a vincere a Kitz, nel ’98, ma niente poté pareggiare l’emozione di vincere sulla pista di casa e sulla mia neve.

La stampa italiana pompava la mia storia, creando paragoni con il passato come fanno sempre quando c’è un giovane emergente, e io combattevo a testa alta contro i grandi nomi dell’epoca, gente passata alla storia.

La vecchia guardia dei discesisti di un periodo magico: Zurbriggen, Heinzer, Hoeflehner.

 

C’era talmente tanta gente quel giorno, intorno alla pista, che sembrava più il Carnevale di Rio che non una gara della Coppa del Mondo di sci.

Fu un tripudio per tutti e mi ricordo che mandarono anche la banda a suonare fuori dalla mia porta di casa per festeggiare.

 

Non è il solo bel ricordo che ho.

E non è neppure la mia unica vittoria.

Ma ci sono tante ragioni per cui quel giorno è il più speciale di tutti.

 

Su quelle montagne io ero diventato grande.

Su quei pendii c’era tutta la mia infanzia, nascosta in mezzo ai boschetti e alla neve fresca dove fare i fuori pista.

Tutto quello che mi era successo, di importante, era successo lì.

 

Kitz e la mitica spaccata

 

La casa della mia famiglia era sul monte, verso le Tofane, e io potevo mettere e togliere gli sci direttamente sulla porta di casa.

I miei genitori non avevano mai fatto mancare lo sport a me e alle mie sorelle.

All’inizio ero un po’ indeciso tra lo sci e l’hockey, perché anche i pattini mi piacevano un sacco.

Partii con l’hockey. I miei mi accompagnavano sempre all’allenamento ma il patto, tra noi, era che il ritorno dovevo farlo a piedi.

 

Un Chilometro.

Con la sacca.

Di sera.

Sottozero.

A volte con la neve.

 

Per questo decisi di passare allo sci, così quando finivo di allenarmi non dovevo fare sfacchinate per tornare a casa.

 

Kristian con la mamma Adriana e il papà Angelo

 

Mia madre ci portava spesso a sciare ed è da lei che ho preso il carattere e la passione.

Fu la prima maestra donna della scuola di sci di Cortina, che è un’istituzione antica e piuttosto tradizionalista. Secondo il suo statuto quella del maestro era una professione prettamente maschile ma mia mamma si impegnò e insistette al punto che dovettero ammetterla per forza.

Anche la testa dura l’ho ereditata da lei.

 

Andavamo sempre in giro insieme, e mi ha insegnato tutto.

Ci piaceva andare a fare i salti, oppure sulla neve fresca o a creare dei sentieri tra i boschetti. Avevamo lo stesso identico carattere coraggioso e avventuroso.

Quando non avevo la lezione di sci programmata, una volta tornato a casa da scuola correvo comunque a mettere gli scarponi e andavo avanti fino a che erano aperti gli impianti.

 

Non avevo idoli o obiettivi particolari.

Non sognavo di diventare un campione o di gareggiare in Coppa del Mondo.

Volevo solo sciare, come faceva lei.

 

La mamma Adriana Dipol

 

La mia mamma è morta in un incidente sugli sci, quando io avevo 15 anni e le mie sorelle 17 e 11. È stato un eccesso di sicurezza, il suo. Ha fatto un fuori pista sul canalino nord della Cristallo, che oggi porta il suo nome, Adriana.

Come ogni volta in cui si organizzava un’uscita anche in quel caso mi chiese di unirmi a lei, ma quel giorno dissi di no.

Ripetutamente.

Perché avevo un sesto senso.

 

Fu un incidente stupido, con gli sci che si incrociano e una caduta di 600 metri.

 

Non era come oggi, che puoi usare il telefonino.

Mio padre si precipitò da lei, la trovò con una frattura esposta e molto sofferente.

Gli disse:

“Angelo non è possibile morire in questa maniera.”

Lui corse disperato a chiamare soccorso.

Ma lei morì sotto i ferri il mattino seguente.

 

Al mio papà è toccato il compito più difficile: crescere tre figli, mantenere una casa e un negozio tutto da solo. Lui è pragmatico, quasi tedesco in queste cose.

Ricordo che tornando a casa il mattino dopo ci disse:

 

“Fa parte della vita.

All’inizio sarà dura.

Ma noi diamoci una mano.

Perché non possiamo fare altrimenti.”

 

Alberto Ghezze, Kristian e la sorella Katia

 

So di essere stato una fonte di preoccupazione per lui, che rivedeva in me lo spirito, gli occhi e la voglia di avventura che aveva la mamma.

Ogni volta tornavo a casa con un bernoccolo nuovo, o con un taglio, e lui che mi diceva “resta a casa”. Anche quando venni convocato nella mia prima nazionale B non rinunciava a lanciare qualche battutina, sperando di farmi cambiare idea.

 

“Ti fai le tue esperienze – diceva – poi molli tutto e ti metti a studiare, dai.”

 

Ma credo che in fondo sapesse che non avrei mai potuto farne a meno.

Qualche tempo fa mi ha raccontato di come, pochi giorni dopo l’incidente, si presentò a casa l’allenatore dello Sci Club per parlare di me.

Ero già stato iscritto ad una gara, ma visto l’incidente, forse, si dissero era meglio se non partecipavo.

 

“Io ci vado a farla, anche la mamma avrebbe voluto. Anzi vado e vinco”.

Pare che io abbia risposto così, anche se ad essere sincero non me lo ricordo.

 

La vittoria a Cortina, 3 febbraio 1990

 

Non c’era verso di farmi ragionare, lo sci era la mia vita.

È sempre stata la cosa che più mi da gioia a questo Mondo e nessuno me la potrà mai portare via.

Sono stato guidato da una passione semplice, ma fortissima, che ho ereditato da lei e che ho sempre coltivato con il cuore.

 

 

Sotto la passione, comunque, rimane il segno.

Il segno di quello che è successo è sempre lì, anche se non si vede, anche se fa parte della vita.

 

Per questo Cortina resta il momento più emozionante della mia carriera, un momento speciale vissuto su quella stessa neve che addomesticavamo insieme e che oggi, per un pezzo, porta anche il suo nome.

 

La vittoria a Cortina, 3 febbraio 1990

 

Le montagne sono costruite sulle storie degli uomini che le hanno scoperte, scolpite, scalate o discese.

Ed è questa la loro bellezza.

Le montagne sono vive e hanno la memoria lunga, come quella degli elefanti e quando al mattino guardo fuori dalla finestra e vedo la neve e i pendii, so che custodiranno per sempre anche la mia, di storia.

 

*Credits: archivio Kristian Ghedina*