4 è l’unità di misura perfetta per tantissime cose diverse.

 

Le stagioni, per esempio.

Anche se chi vive in montagna le riassume quasi sempre in 2 grandi maxi-categorie: quando la neve c’è e quando la neve non c’è.

Il nord e sud del Mondo: per metà del tempo la trovi di qua, per l’altra metà la trovi  di là. E giù tutti a fare le valigie e a salire e scendere dagli aeroplani.

 

4 sono gli anni che separano un’Olimpiade dall’altra, e non si può far finta che non siano quelle il momento più grande.

Anche se nel mezzo ci sono sempre decine, se non centinaia, di gare importanti, perché per il professionista della velocità non esistono gare poco importanti, se non quelle già passate.

E il passato non conta.

Chi vive sulla neve è fatto al 50 percento di presente e al 50 percento di futuro.

51 e 49, al massimo.

 

4 sono anche gli anni di differenza che ho con mia sorella April, e sono stati forse la ragione principale per cui sono diventata una grande atleta.

Lei è sempre stata la homecoming queen, come la chiamiamo in America, la reginetta del ballo, ammirata da tutti e invidiata da tanti. Tra cui io.

Bella, atletica, intelligente.

Io ero la minore, la ribelle spettinata e disordinata, sempre in cerca di una modo esplosivo per esprimere quel che mi passava per la testa.

 

La mia infanzia è stata piena di saliscendi, piena di quelle piccole incongruenze che per un attimo sembrano essere la chiave per mantenere tutto in equilibrio, e l’istante dopo sono la principale ragione di un inciampo.

La distanza tra un perché e un perché no, a volte è più corta della punta di uno sci.

I miei genitori hanno divorziato e mio papà è stato in prigione, questo lo sanno tutti.

A me e ad April, crescendo, sono state offerte comunque moltissime opportunità, e me ne ritengo fortunata.

Ma a livello emotivo, spesso, le cose erano un disastro totale.

È come entrare in una camera perfettamente ordinata, prendere uno yogurt e lanciarlo contro il ventilatore sul soffitto.

 

Dico sempre che la montagna è stata la nostra babysitter.

Ci lasciavano sulle piste, con la squadra oppure da sole, a sciare, per ore e ore, tutte le volte che era possibile farlo.

Forse per questo, l’inizio della mia storia può assomigliare all’inizio della storia di tanti, ma il resto del libro, per me, si è consumato molto più in fretta che per gli altri.

 

Prima di tutto volevo battere April, la reginetta. Non mi importava nient’altro.

4 anni sono la differenza giusta per sentirsi pienamente in grado di farcela e allo stesso tempo per non riuscirci mai per davvero.

Poi, appena sono stata grande abbastanza per far parte di una squadra vera, mi sono ritrovata subito sulle piste della Coppa del Mondo.

Avevo 15 anni, ed è arrivato tutto all’improvviso, quasi per caso.

Mi ha travolto con l’impeto di una valanga. Un’onda enorme, fatta di neve sempre fresca, sulla quale imparare in fretta a navigare, per mantenere il più saldo possibile un equilibrio nato precario.

È stato un modo esotico di vivere l’adolescenza: sempre sugli aerei, sempre in viaggio.

Quando rientravo a casa, in California, mi sentivo tagliata fuori dalla normale routine dell’high school, e quei pochi che facevano le mie stesse esperienze iniziarono a diventare anche i miei migliori amici.

Focalizzavo il mio pensiero sui lati positivi, sull’unicità di uno stile di vita del genere.

 

Amavo viaggiare, conoscere posti nuovi.

Ed in più lo facevo da sola.

Molti atleti vengono seguiti dalla propria famiglia durante la carriera, sopratutto nelle fasi iniziali. Per me non è stato così.

I miei genitori mi hanno concesso una libertà totale, inebriante, persino incentivata dal loro stesso entusiasmo:

“Vai! Gira il Mondo! Divertiti!”

 

Ho imparato col tempo che ogni libertà ha un prezzo e, guardandomi indietro, una parte di me vorrebbe aver ricevuto un supporto maggiore, perché lo sci è uno degli sport più difficili in assoluto in cui emergere. Il palcoscenico è sempre globale, i rischi sempre enormi, e al cancelletto l’età non conta per nessuno, perché per nessuno esiste un paracadute.

Allo stesso tempo, però, senza questi spazi non avrei mai imparato così tanto sul valore della stessa libertà e non avrei mai conosciuto gli insegnamenti di maestro fallimento, o appreso come godermi le sorprese della vita.

 

Ho capito anche che vincere è un bonus, perché lo sport è tutto il resto.

 

I miei primi anni in Coppa del Mondo sono stati un continuo rincorrere le mie aspettative e quelle degli altri, ritrovandomi incastrata in un balletto fatto in egual misura di passi avanti e di passi indietro.

Grandi risultati nella categoria Junior ma performance così-così quando mi confrontavo con le grandi; un misto di soddisfazione e incazzatura che mi tenevano in bilico, indecisa sul vero valore del mio talento.

Credo che non sia un caso che il mio vero exploit, il mio momento di rottura definitivo, sia avvenuto proprio nell’anno in cui sono diventata senior a tutti gli effetti, come se prima ci fosse un freno nascosto tra le pieghe dei miei pensieri.

Come se non mi sentissi del tutto autorizzata ad andare forte per davvero.

E la rottura improvvisa dell’argine ha reso la corsa che è venuta dopo ancora più pazzesca.

 

Non sono mancati i momenti no.

Anche se quello più no di tutti alla fine è stato quasi un’epifania felice.

Le prime gare dell’anno si corrono sempre in Nordamerica, e sono diventate presto l’occasione per passare la festa del Ringraziamento insieme alla mia famiglia.

Entrambi i miei genitori sono di chiare origini italiane, e si sa che per gli italiani, la famiglia, è una cosa seria. Così come molto, molto serie sono anche le feste e il cibo.

 

Per me, il difficile veniva durante le feste di Natale.

Avevo una bisnonna, che viveva a Las Vegas e che era solita preparare il più sontuoso pranzo di Natale dell’intero Nevada. 25 invitati almeno tra cugini, zii e parenti di ogni tipo trasformavano la sua casa in una festa mezza a stelle e strisce e mezza tricolore.

Ricordo i regali da scambiare, la tavola apparecchiata con cura.
Ricordo l’eleganza con cui tutti erano soliti vestirsi. Scegliendo l’abito giusto con grande anticipo, come si fa per una serata di gala.

 

Quando cominciai a girare per la Coppa del Mondo mi ritrovai a passare ogni 25 dicembre da sola, dall’altro lato del pianeta, spesso e volentieri esclusa dalle migliori 30 dopo la prima manche.

Finché un giorno, dopo essermi persa l’ultima cena fancy della vita della bisnonna,  ho preso la miglior decisione di tutta la mia vita e ho scelto di non andare più alle gare di Natale. Mai più.

Mi sono detta:

“se sto sciando bene quei punti non contano niente.

E se sto sciando male allora non contano niente per davvero!”

 

Non mi sono mai sentita tanto forte, perché quella era una scelta che ho fatto per me, unicamente per me e per nessun altro.

 

Da lì in avanti, quasi per incanto, quasi come un tributo alle mie origini e a quelle della mia famiglia, molte tra le mie gare più importanti in assoluto le ho disputate proprio in Italia.

 

Facile, forse, pensare all’oro in gigante di Torino 2006.

Molto più divertente raccontare dell’ultima gara prima di quelle Olimpiadi.

Nel 2005 avevo avuto una stagione pazzesca, finendo nelle migliori 5 in Gigante e vincendo due ori ai Campionati Mondiali. Per cui mi ero approcciata alla stagione olimpica convinta di poter fare anche meglio.

E invece no: un inizio disastroso.

Oltre ai risultati, mancava sentire la mia sciata. Mancavano le sensazioni giuste.

 

All’inizio di ottobre, stufa di passare da albergo all’altro, come nel Monopoli, avevo deciso di noleggiare un grosso camper, un po’ come Bode stava facendo già da un po’.

Mia sorella April aveva 6 mesi liberi prima di poter sostenere il test per l’università di medicina, ed era venuta a passarli con me, in Europa, dividendo il suo tempo tra i libri e la guida.

Furono settimane divertenti fuori, ma frustranti in pista.

Il tempo che ci separava dall’inizio dei Giochi si faceva sempre più sottile, e arrivammo all’ultima discesa prima dell’appuntamento di Torino, senza aver ancora trovato il bandolo della matassa.

 

Eravamo a Cortina.

Nevicava tantissimo ed April era giù ad aspettarmi nella zona di arrivo.

Quando, passato il traguardo, ho visto il cronometro diventare verde sono esplosa in un urlo che ha fatto tremare le Tofane. È stato come togliermi un peso.

 

Tutto era perfetto: l’Italia, la neve, il momento, April.

 

Ero così felice che mi sono messa a festeggiare quel secondo posto finale facendo il ballo del verme, in stile breakdance, sugli airbag di sicurezza messi a fondo pista, tra gli sguardi attoniti della gente e gli obiettivi delle telecamere.

Certo l’oro Olimpico è un stato un bel momento, ma tutto quello che ha preceduto quella gara, vale forse anche di più.

 

Io ho avuto il privilegio di una carriera unica, che servirebbe un libro per raccontarla tutta e nella quale ho fatto tutto e il contrario di tutto, sempre a modo mio.

Un viaggio agonistico, nato per gioco, e che sembra essersi chiuso nella forma di un cerchio perfetto.

 

Ho vissuto tutto in direzione ostinata e contraria, esplorando ogni lato del mio carattere e della mia personalità, giocando con la stampa e con il Mondo in generale, sperando che il mio esempio potesse aiutare gli altri a rompere le barriere di quello che viene considerato normale.

Perché la normalità mi è sempre sembrata noiosa.

Una semplice sintesi del passato, mentre chi vive sulla neve è fatto al 50 percento di presente e al 50 percento di futuro.

 

The Owl Post per Cortina 2021