Pettorale numero 1.

 

Sarebbe stata la pista Face de Bellevarde, in Val d’Isere, a decidere chi avrebbe vinto la medaglia olimpica di discesa, alle Olimpiadi di Albertville del 1992.

Una pista tecnica, difficile: come un serpente nervoso acquattato tra i pini.

Curvoni, salti, dossi, diagonali da inventare: quasi un super-gigantone extralarge, adatto agli sciatori tecnici molto più che a quelli veloci.

Anche se poi, a dire il vero, gli sciatori sono tutti veloci.

 

Il pettorale numero 1, quindi, era sulle spalle di papà e papà non aveva mai fatto della tecnica il punto di forza del proprio sci.

Era un atleta potente, grosso, bravissimo nei tratti scorrevoli, e nonostante fosse in stato di grazia, quella non sembrava essere una gara adatta alle sue qualità.

Qualche errorino, qua e là, lo ha fatto.

Alla fine: 1 minuto, 50 secondi e 37 centesimi.

Nessuno avrebbe pensato che quel tempo potesse bastare, ma questa è una delle maledizioni, o benedizioni (dipende dai punti di vista), di essere il primo a partire.

 

Papà vinse la medaglia d’oro, precedendo per 5 centesimi di secondo un francese, Frank Piccard, e per 10 centesimi di secondo un altro austriaco, Gunther Mader.

15 centesimi totali di distacco.

Un solo battito di mani per assegnare 3 diverse medaglie.

Papà, all’epoca, aveva 24 anni, mese più mese meno, la mia età oggi.

 

Però, conoscere il mio cognome non significa conoscere me.

Io sono più del mio cognome e, allo stesso tempo, non vorrei mai essere più di quello, perché, crescendo, è stato una grande fortuna.

Ortlieb, non è neppure un cognome particolarmente diffuso, anche quelli che non sanno che sono figlia d’arte, lo scoprono alla seconda domanda che mi fanno, e per questo si aspettano sempre cose grandissime.

Eppure quelle che io conservo con maggiore gelosia sono le lezioni più semplici che mi ha regalato papà, non i racconti di gloria.

 

Mi ha insegnato ad essere sempre sorridente, anche quando sono triste, perché se riesci a convincere i tuoi muscoli a sorridere quando sei triste, ti sentirai subito  meglio.

Quando ero più piccola, era facile che mi facessi prendere dallo sconforto.

Se le cose non andavano come volevo, mi sfogavo con delle rabbiose crisi di pianto, e allora papà mi prendeva sottobraccio e mi diceva che:

 

piangere non cambia nulla, e non serve a nulla.

 

Così ho imparato a non farlo più.

 

Perché la verità è che lo sci è uno sport strano.

Si parte in tanti, a volte in tantissimi, ma per ognuno la pista è diversa.

Diversi sono il sole, la neve e le buche, a seconda dei capricci del tempo e del pettorale che ti sei scelto, o che la sorte ha scelto per te.

Vince uno soltanto.

Sono molto felici in tre.

E tutti rischiano di farsi male.

 

Serve una grande forza mentale per restare a galla e competere per i traguardi più alti.

Spesso non bastano neppure quella e l’appoggio di una famiglia che conosce l’ambiente, perché è quasi impossibile incontrare uno sciatore o una sciatrice che non abbia conosciuto il dolore di un infortunio, e la fatica di una riabilitazione.

In breve tempo, io sono finita sotto i ferri 12 volte, e come tutte le altre sono ancora qui, a pensare alla prossima gara, con il giusto equilibrio tra l’incoscienza dello spirito e la preparazione del corpo.

A volte quando guido, magari in autostrada, e vedo sfrecciare le moto da strada ai lati della macchina, provo istintivamente una grande paura per loro.

Penso ai rischi che corrono, protetti solo da un casco.

Poi realizzo che sono le stesse identiche velocità a cui andiamo noi, sorrette dalle nostre parti meccaniche: gambe, viti e placche.

 

Ma quando sei sulla neve quasi non ti accorgi di quel che stai facendo, e l’abitudine ti fa dimenticare di quanto sia complesso quello che fai ogni giorno.

Uno immagina sempre che l’infortunio sia il risultato di un errore.

Un errore eclatante, una caduta spettacolare.

Ma non sempre è così, anzi.

A me è bastata una caduta semplice, banale, per rompere tutto quel che c’era da rompere in un ginocchio, perché la pressione che ogni singolo centimetro di pista esercita sul nostro corpo è sufficiente a romperlo, potenzialmente.

 

Quindi: sorridere.

Sorridere sempre è un buon modo per scendere a compromessi con tutto questo, con la pressione e con i rischi, con le avversarie e con i viaggi, perché la vita di una sciatrice, anche quella di una sciatrice forte e fortunata, sarà comunque la collezione di qualche giorno di gloria, dentro a un calendario di giorni duri.

E nei giorni duri è importante imparare ad apprezzare anche i piccoli step.

A volte vincere è un obiettivo alla portata, altre volte riuscire a camminare senza stampelle è importante altrettanto.

Tutto questo e molto altro mi hanno insegnato, il mio papà ed il tempo.

 

Ho imparato ad concentrarmi sullo sci, e solo sullo sci, quando sono in pista.

Prima mi allenavo meglio di come non gareggiassi, perché con il pettorale addosso iniziavo a chiedermi cosa la gente stesse pensando di me, e della mia gara.

 

Ho imparato che crescendo non avrei più potuto fare tutte le discipline come facevo negli anni della Coppa Europa. Quando, di ritorno da un infortunio, mi sono accorta che le curve dello slalom mi davano più dolori delle linee morbide di una discesa, mi sono dedicata alla velocità.

Velocità di cui sono sempre stata innamorata, a dire il vero.

Stavo solo aspettando l’occasione giusta per invitarla ad uscire con me.

 

Ho imparato a ritagliarmi gli spazi per studiare e laurearmi. La finestra per uno sciatore è una finestra appena socchiusa, e quando finirò di gareggiare non mi basterà trovare un nuovo lavoro.

Voglio un lavoro che mi piaccia.

Ed il solo modo per ottenerlo è stato studiare.

Anche se dovevo farlo la sera, o durante i voli, quando le altre, magari, trovavano il tempo per coltivare una specie di vita sociale.

 

Ho imparato a non avere mai paura sugli sci, fin da quando ero bambina e uscendo dalla porta di casa mi ritrovavo già con i piedi sulla pista, pronta a inseguire ed imitare mia sorella maggiore.

La mamma si preoccupava, il papà si godeva lo spettacolo e noi ci divertivamo come matte, cosa che ancora faccio.

 

Ho imparato tante cose, e molte spero di impararne ancora, in futuro.

Ho capito che si può anche sognare in grande, perché i sogni grandi feriscono soltanto chi non li fa, e, un traguardo, se non hai la forza di immaginarlo, non comincerai neppure ad inseguirlo.

 

I miei nonni hanno costruito un hotel, ai piedi di una bellissima montagna, dirimpetto alle piste. Nella migliore tradizione famigliare, l’albergo è passato a mio padre, un po’ come hanno fatto gli sci e la passione per la neve.

Nella hall dell’albergo c’è una grande roccia, proveniente da Albertville e, in una teca, la medaglia d’oro della discesa fa bella mostra di sé.

 

Io sono più del mio cognome e, allo stesso tempo, non vorrei mai essere più di quello, perché, crescendo, è stato una grande fortuna e mi piacerebbe tanto, un giorno, portare a casa una roccia e una medaglia tutte mie, trovar loro un posticino vicino a quelle di papà e prepararmi ad insegnare ai prossimi Ortlieb quello che ho imparato io.