Quattro milioni e mezzo di abitanti e l’orgoglio di sfidare nazioni infinitamente più grandi della nostra.
Non dovresti avere il diritto di competere contro i giganti alpini, o contro quelli americani. Non quando cresci in un Paese che sta sul palmo di una mano, e che non ha neppure delle piste adeguate per allenare le discipline veloci, perché al massimo ci sono tracciati adatti allo slalom o al superG.

E invece lo facciamo lo stesso.

Il mondo dello sci è come quello della formula uno: non esiste un monte senza storia.
Non esiste una pista che non sia unica, che non sia la preferita di qualcuno e la più odiata di qualcun altro.
Tutte sono popolate di leggende e di fantasmi in egual misura.
Di tutte, tutti ricordano tutto.
Ogni cancelletto, ogni traguardo, ogni orizzonte innevato ha una forma tutta sua, che gli atleti conoscono, aspettano, temono.
Sono le piste ad essere protagoniste, non gli sciatori, che girano il pianeta alla ricerca di un pretesto per mostrare a chi è rimasto sul divano la bellezza di una montagna, emersa dal mare a migliaia di chilometri dalla loro casa.

Ecco, in Croazia, di queste montagne qui, non ne abbiamo, eppure ci appoggiamo gli sci sulle spalle e partiamo lo stesso, perché nessuno eguaglia la tempra del nostro spirito.
Il senso di appartenenza è tale, e tanto forte, da spingerci a lavorare più degli altri.
Sembra una frase banale.
Lo dicono tutti, ma noi lo facciamo sul serio ed il nostro obiettivo è quello lavorare così duramente da far sembrare il giorno di gara come se fosse un day off.
Così duramente da far sembrare i 2 minuti di gara come la cosa meno faticosa di tutta la settimana.

Finalmente un giorno in cui non farò fatica.

È un sentimento condiviso, come un ricordo comune, che abbiamo tutti e che non serve neppure raccontarsi a vicenda.
Un ricordo di fatica, un ricordo di gioventù e di viaggi.
Un ricordo di chilometri, tanti, fatti per andare lontano.
Un momento identico nella vita dei bambini che siamo stati, che attraversa la mente di tutti gli sportivi croati e li rende una comunità, che celebra le gioie ed esorcizza le sconfitte con la stessa sacralità.

Lo faccio per me e allo stesso tempo lo faccio per tutti.

La cosa che ricordo di più del mio primo podio in carriera, per esempio, non è stata l’adrenalina del traguardo, o la gioia del successo, ma il dispiacere per non aver potuto portare la bandiera con me durante la premiazione.

Il cerimoniale non lo permette e non lo permetteva neppure in Giappone, dove ho vinto la mia prima gara e dove sono saltato giù dal gradino più alto di corsa, appena me lo hanno concesso, per avvolgermi del tessuto della bandiera e delle braccia della mia squadra.
Desiderare così ardentemente qualcosa, per sé e per gli altri, lo rende quasi marmoreo, mitico. Lo rende quasi religioso.
Per quello, forse, quando ho avuto la matematica certezza di aver vinto lo slalom gigante di Naeba, ho sentito dentro un miscuglio inestricabile di gioia e di sollievo.

Perché rappresentare tutti è un peso e una responsabilità.

Uno scopo, che ti senti addosso per via di quello che hai fatto per arrivare lì, molto più di quello che fai una volta che ci sei arrivato per davvero.
Conta il passato.
Sono i suoi eroi a costruire il tuo presente.

Ma, tra tutte, se c’è una gara che mi ha permesso per davvero di capire che avrei potuto farcela, che avrei potuto trovare il giusto equilibrio tra il peso dell’amore e la leggerezza che serve per sciare bene, è gigante di Adelboden, che ha preceduto il trionfo Giapponese di poco più di un mese.

In quella gara ero l’underdog.
Come sempre.
L’atleta su cui nessuno avrebbe scommesso i propri soldi.
Forse neppure i soldi degli altri.
Partivo con il numero 20 e nessuno a parte mio padre si aspettava una vittoria.
Nessuno, neppure io.

Ma quando ho visto che ero arrivato secondo, ho capito che a breve avrei finalmente vinto una gara.
Ne ero certo, perché in quell’istante ho percepito chiaramente di aver rotto un argine, di aver spaccato qualcosa che avevo dentro e di aver capito qualcosa su di me e sullo sci.
Prima, mi facevo sempre un sacco di domande prima di gareggiare.
Dopo, ho capito che tutta la mia attenzione doveva andare solo sulle cose semplici e che fino a quel giorno ero stato il mio peggior nemico.

Perché quando vieni da un paese piccolo e orgoglioso come il mio, se scendi nell’arena non sei mai da solo.

Ti porti dietro il desiderio di emergere e di affermarsi di un popolo intero.
Essere gli sfavoriti è la nostra natura.
È una legge matematica e la matematica governa tutte le cose.
O quasi.
Perché a volte incontra qualcosa che ne ignora le regole e che finge di non capirne i meccanismi.
Come il nostro angolo di terra, porta tra due mondi, in cui vivono uomini e donne orgogliosi, che hanno la pretesa di competere con le grandi potenze dello sport mondiale, schierando la miseria di quattro milioni e mezzo di abitanti.
E senza nessuna possibilità logica di batterle.

Per fortuna, che nessuno di loro lo sa.

The Owl Post per Cortina 2021

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Fondazione Cortina 2021
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Filip Zubčić - The Owl Post - Cortina 2021 - ©Pentaphoto
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