E’ il giorno otto del mese di dicembre, anno 1972, a Val d’Isere fa il suo debutto in Coppa del mondo un giovane di Sauze, un piemontese vulcanico e senza timori reverenziali. Lo mandano in gara e parte con il pettorale alto, da debuttante, il suo numero è il 45.

Piero Gros vince, sale all’esordio sul gradino più alto del podio e diventa subito “Pierino”. Ha talento, quel ragazzo, lo si vede subito e vincere in Coppa col pettorale così alto non era mai successo.

 

Passa una settimana, il diciassettenne c’è. In programma lo slalom speciale di Madonna di Campiglio e il ragazzo, che si è fatto notare, viene convocato anche tra i pali stretti.

Piero Gros, ormai per tutti Pierino, vince anche la seconda gara.

Non ci è mai più riuscito nessuno, due vittorie nelle prime due gare, una il gigante ed una in speciale da debuttante. E da qui inizia una carriera di lotte e vittorie, sorrisi capelli al vento e nemmeno una mascherina di protezione, che so, un paio di occhiali.

 

Pierino Gros scende alla sua maniera, totale, senza compromessi, quel primo anno deve sempre partire indietro: i gruppi di merito si aggiornano di stagione in stagione, ma lui fa risultati e dopo soli due anni vince la Coppa del mondo di Gigante. Non solo; vince la Coppa del Mondo Generale. Ci sono riusciti solo altri due italiani, tra gli uomini: Gustav Thoeni, quattro volte, ed Alberto Tomba, una, tra le donne solo Federica Brignone.

 

Partito riscrivendo la storia, Gros brucia le tappe e nel 1976, dopo altri due anni, vince l’oro Olimpico ad Innsbruck. Oro che vale anche come Mondiale; ma quel 1974 viene ricordato per un’altra gara, che precede di poco più di un mese la rassegna olimpica.

Il sette di gennaio di quell’anno lontano si corse uno slalom gigante, uno dei tanti in una disciplina che vedeva gli azzurri stabilmente nelle prime posizioni a creare una sorta di feudo. Era il gigante di Berchtesgaden, nel quale a fine gara il tabellone recitava:

  1. Piero Gros ITA
  2. Gustav Thoeni ITA
  3. Erwin Stricker ITA
  4. Helmut Schmalzl ITA
  5. Tino Pietrogiovanna ITA

 

Cinque su cinque. A valanga.  E dalla penna di Massimo di Marco, sulle pagine della rosea uscì il nome leggendario: la “Valanga Azzurra”.

 

Un esordio con due vittorie, una Coppa del mondo ed una di specialità, le medaglie, i podi, il gruppo che mai più venne ripetuto, gli austriaci che avevano paura di quella Nazionale, di quella Valanga che incuteva timore. Gros mise il suo nome in cima a quella lista di cinque, sfrontata come il suo sciare.

 

Trentacinque podi, dodici vittorie, tre medaglie mondiali: un oro, un argento ed un bronzo, giusto per completare la collezione e poi una carriera agonistica abbandonata nel 1982, a ventisette anni, dopo il sesto posto dei Mondiali di Schladming.

 

Aveva già vinto quello che c’era da vincere, già goduto del vento in faccia, dei colpi secchi sulle spalle ad abbattere pali non ancora snodabili. Poi gli anni a commentare gare e a vivere una vita di sci, per lo sci, con lo sci.

 

Fece tanto, tantissimo, Piero Gros detto Pierino, ma per noi ragazzi che in quegli anni sognavamo davanti alla televisione, lui era quello dai capelli lunghi, quello ribelle, quello dal nome che sembrava una sfida, quello che quando mio papà, esasperato, mi ordinava di mettere gli occhialoni, si sentiva rispondere, con fierezza: “Pierino Gros scia senza, papà”.

 

Zoran Filicic