Per lo Slalom Gigante, o Gigante e basta che suona pure meglio, partiamo dalla fine e arriviamo, solo dopo, all’inizio. Proprio come fece Benjamin Button, di cui persino la paternità è un mistero buffo.

Un po’ di Mark Twain, che lanciò il sasso. “È un peccato che la parte migliore della nostra vita venga all’inizio e la peggiore alla fine” disse.

Un po’ di Francis Scott Fitzgerald, quello del Grande Gatsby per intenderci, che il sasso lo raccolse e ne costruì un racconto, pubblicato nel 1922.

Ed infine un po’ anche di David Fincher che, più di recente, dalla novella ricavò un film, associando per sempre e per tutti, il volto perfetto di Brad Pitt al sempiterno Beniamino Button.

 

Che poi, noi, che siamo italiani e sull’arte ce la caviamo piuttosto bene, potremmo aver qualcosa da ridire sull’origine dell’idea, visto che un poeta di Torino, Giulio Gianelli, nel 1911, scrisse e poi pubblicò sull’Avvenire la “Storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino”.

Era un crepuscolare, il Gianelli, cantava di malinconie e di tramonti, del furto non farà una questione personale.

Benjamin Button, dunque, che come Pipino nasce vecchio e muore bambino, non senza aver prima imparato, però, che del bello c’è da entrambi i lati del ponte e che, in fin dei conti, le cose più importanti della vita non cambian quasi mai, neanche se provi a metterle sottosopra.

 

Partiamo, allora, dalla fine.

Partiamo da Federica Brignone, fresca vincitrice della Coppa del Mondo di Gigante di un anno strano. Strano per tutti, ma per il quale non servirà mai andare ad aprire gli albi e gli almanacchi per ricordarsi di quel che è successo, perché di ogni cosa di questo 2020 nessuno si scorderà mai.

Federica è nata con gli sci ai piedi, in parte per merito di mamma Ninna.

Tenacissima sciatrice pure lei, fu tra i simboli della Valanga rosa che negli anni ’80 fece appassionare milioni d’italiani. E altrettanto merito, si presume, va anche a papà Daniele, maestro di sci.

È tale l’abitudine a stare sulla neve che l’equilibrio, ormai, non lo cerca neppure più, Federica. Sarebbe come provare a concentrarsi per camminare.

Certo, se vai veloce e ci sono delle sconnessioni è più difficile fare le cose giuste, ma resta comunque un adattamento naturale.

A pensar troppo, insomma, si rischia di finire col culo per terra.

In ogni caso, il Gigante, è la disciplina più completa e per andare forte il talento da solo non basta. Si corre su due manche, per cominciare, e quello che il pettorale, la luce del sole e la durezza della neve ti danno nella prima, potrebbero anche poi, con nonchalance, togliertelo nella seconda.

È una maratona, fatta in egual misura di tecnica, di forza e di sensibilità.

C’entra la montagna, come sempre.

Con le sue asperità, la forma delle valli, le pendenze e le traiettorie naturali.

Inizia, però, a c’entrare pure la mano dell’uomo che quelle stesse pendenze e asperità le deve immaginare, disegnando per gli sciatori un quadro sempre nuovo.

Nel Gigante lo sciatore interpreta il tracciato, creato da qualcuno che, a sua volta, ha prima interpretato la montagna.

L’interpretazione di un’interpretazione.

La copia di mille riassunti, direbbe, forse, Samuele Bersani nel raccontare di una specialità in cui il passato ed il presente si rincorrono all’infinito, ricercando una completezza impossibile da raggiungere ma comunque importante da tenere davanti agli occhi..

Da tenere a mente, come la precisa successione delle blu e delle rosse, che pennella il  grande risultato finale.

Tenere a mente e immaginare.

Il Gigante è il territorio della visualizzazione.

Fatta una, tre, dieci volte.

Il busto appoggiato ai bastoncini, la testa che segue le curve del tracciato, la mente che ricrea il suono della neve sotto gli sci o l’effetto di una spigolata. A volte si sbaglia ma spesso, invece, ci si azzecca e finita l’ultima, fatta un attimo prima di partire, sembra quasi di sapere tutto quello che avverrà passato il cancelletto.

 

Un anno d’oro, per così dire, o di cristallo, meglio ancora, per l’azzurra e anche, se non soprattutto, un sorriso per tutti gli italiani, in un momento buio, che ha colpito il nostro Paese più duramente di altri.

È diventata la prima sciatrice italiana a conquistare la Coppa del Mondo Generale, con 1378 punti in classifica, battendo lo storico record di Alberto Tomba che resisteva dal 1995.

Una stagione straordinaria, impreziosita, infine, anche dalla terza Coppa, quella della Combinata.

Ci sarebbe piaciuto, e le sarebbe piaciuto, farle scintillare sotto il sole di Cortina, quelle sfere, non c’è dubbio a riguardo, ma si tratta solo di un saluto.

Di un rinvio, per una festa grande che ci attende di qui ad un po’.

 

La prima sciatrice italiana della storia a vincere la Coppa di Gigante, invece, faceva Deborah di nome e Compagnoni di cognome.

3 medaglie d’oro olimpiche (4 totali) in tre diverse edizioni, da Albertville ’92 a Nagano ’98. Più altre 3, sempre d’oro, vinte ai Mondiali.

La sua carriera dovette fare i conti con le cadute, e gli infortuni, che le minarono alcune aspirazioni di grandezza, almeno per quel che riguardava la Coppa del Mondo.

Una grandezza ritrovata nella stagione 1997 quando la valtellinese, insieme a Tomba il volto più amato di un decennio magico per lo sci italiano, riuscì a vincere la sua prima, e unica, sfera di cristallo.

Sette i giganti previsti in stagione e la solita favorita davanti a tutte le altre: la tedesca Katja Seizinger.

Katja, un po’ Eddy Merckx, cannibale, e un po’ Michael Phelps, eclettica, era la campionessa in carica sia di specialità, che della Generale.

Come due pesi massimi dallo stile differente, ma entrambi al culmine del proprio splendore, le due si inseguirono per tutte le piste del Mondo, fino a che, intorno alla metà di gennaio, con una doppietta in due giorni, proprio in territorio nemico, a Zwiesel di Baviera, Deborah prese il comando delle operazioni e non si voltò più.

Liberatoria Coppa di specialità per lei e secondo posto per la tedesca che finì per abdicare su tutta linea, finendo alle spalle della connazionale Hilde Gerg in SuperG, e alle spalle della svedese Pernilla Wiberg in Generale.

 

La storia d’Italia, comunque, è ben felice di parlare del Gigante, soprattutto in campo maschile. Ne abbiamo vinte ben 8.

Una Piero Gross, tre sono di Gustav Thoeni e quattro di Albertone.

Tomba meriterebbe e meriterà forse un libro intero, per raccontare di quel che ha fatto, e chissà che il racconto dello slalom non ne diventi la prefazione.
Ma qui si parla del Gigante e se c’è un campione tricolore che ha fatto della completezza il suo terreno di conquista, questi è di certo l’uomo di Trafoi.

Se sei nato all’altezza del quarantaseiesimo tornante dei 48 previsti dall’ingegno di Carlo Donegani per addomesticare lo Stelvio, a sciare impari di sicuro.

Primo grande campione della neve azzurra, Gustav ha fatto registrare numerose “prime volte” che gli assicureranno una memoria senza fine.

Oltre a finire in una canzone di Rino Gaetano e ad essere protagonista di alcune leggende metropolitane alla Chuck Norris che ne celebravano il talento smisurato, Thoeni vinse ben tre Coppe di specialità, nel ’70, nel ’71 e nel ’72.

Un triennio magico, per un simbolo del nostro sport, sulla cui predestinazione c’è poco da eccepire se si pensa che all’esordio assoluto in Coppa del Mondo, vinse la gara e che all’esordio assoluto alle Olimpiadi, Sapporo ’72, vinse la gara.

Entrambi due Giganti, ça va sans dire.

 

A parlare di predestinazione a volte ci si azzecca ed altre volte no, il buon Gustav, appena quattordicenne, vinse il Trofeo Topolino, sul Monte Bondone, mettendo in fila gli altri talentini dell’epoca. Solo dodicesimo, nella stessa edizione, arrivò un ragazzotto che batteva bandiera svedese, tale Ingemar Stenmark.

Potrebbe stupire o far sorridere i più giovani, ma il Trofeo Topolino era un vero e proprio ballo delle debuttanti, in cui tutti o quasi i campioni di domani venivano a presentarsi. L’albo d’oro della manifestazione ha poco da invidiare ai ben più blasonati appuntamenti senior. Hanno vinto, negli anni: Marc Girardelli, Paolo De Chiesa, Michaela Gerg, Beat Feuz, fino a Mikaela Shiffrin che nell’edizione del 2010 vinse sia lo slalom che il gigante, facendo registrare in entrambi tempi migliori dei colleghi maschi.

Ad inventarlo fu Walt Disney, a farlo sciare furono Rolly Marchi, giornalista delle nevi, e Mike Bongiorno che di presentazioni non ha alcun bisogno.

Forse, a dire il vero, non ne avrebbe bisogno neppure Rolly, che seguì come inviato, ogni singola edizione dei Giochi Olimpici Invernali, a partire da quella di Garmisch e Partenkirchen nella Germania nazista del’36, fino a quella di Torino del 2006.

 

Le firme, quindi, c’erano, e il giovane Stenmark si sarebbe brillantemente ripreso dalla delusione del Trofeo Topolino del 1965, fagocitando nell’ombra del più grande di sempre tutti coloro che arrivarono prima di lui.

Gustav escluso.

Come ogni leggenda, come Benjamin Button, anche la sua origine può vantarsi di un poco di romanticismo. Ingemar è nato a Joesjo, in Lapponia. La Lapponia è un vasto territorio del nord Europa, costituito da pezzetti di Russia, pezzetti di Finlandia, altri di Svezia ed altri ancora di Norvegia.

Stenmark era nato sotto la giurisdizione di Gustavo VI Adolfo di Svezia, ma prima ancora di essere uno svedese, era un Lappone, un sami.

Allenato da un italiano, che ne scoprì per primo il talento, vinse tutto quello che si poteva vincere con degli sci ai piedi: 3 medaglie olimpiche, 7 mondiali, 3 Coppe del Mondo generali, 8 di slalom e 7 di Gigante.

7 di Gigante, un’enormità. Nessuno come lui.

Portò a casa addirittura 46 vittorie in carriera, forte di una tecnica perfetta, da manuale. Un dominio impressionante che niente potrebbe riassumere meglio della stagione 1978/1979. Dieci giganti vinti su dieci disputati, per una striscia che, aggiungendo la coda dell’anno prima e l’inizio di quello dopo, raggiunse l’inaccessibile record di 14 vittorie consecutive in Gigante.

Incredibilmente, in quella stagione, il lappone si aggiudicò la Coppa di Gigante per soli 21 punti di vantaggio sullo svizzero Peter Lüscher che, nonostante le sole tre vittorie totali, vinse la classifica generale, per via di un astruso sistema per calcolare il punteggio.

La stella di Stenmark, comunque, rimase la più brillante del firmamento del Circo Bianco e si alimentò anzi fino a raggiungere lo status di leggenda, grazie anche alle sue storie nella Storia. Come l’esclusione dalle Olimpiadi di Sarajevo ’84, perché retribuito da alcuni sponsor, vietatissimo all’epoca. O la scelta, un po’ ribelle e un po’ romantica, di ignorare le grandi aziende produttrici di sci dell’epoca, per affidarsi alla sconosciuta, e piccolissima, Elan, in Jugoslavia, che sfornò per lui, l’iconico modello RC.

 

Il Gigante, come quasi sempre accade nello sci, è un portento di nomi leggendari e di grandi campioni, che ne popolano i ricordi e diventano metro di giudizio per il futuro.

La tradizione vuole che la prima gara di Gigante, venne organizzata per sostituire una discesa libera, sul Mottarone, in Piemonte, nel 1935. La poca neve consigliò al commissario di: mettere le porte, obbligare gli sciatori a fare delle traiettorie più lente e fare due manche, invece di una.

Il resto è storia.

Da Verena Schneider, 5 Coppe, ad Annemarie Moser- Pröll.

Da Marcel Hirscher a Ted Ligety.

Le storie potrebbero non finire mai.

Ma se ci siamo ripromessi di andare fino al principio, partendo dalla fine, non possiamo non parlare dei primi due che vinsero la Coppa di specialità: Jean-Claude Killy, francese, e Nancy Greene, canadese di Ottawa.

Gli anni ’60 erano anni magici, pieni di pionieri e di avventurieri con gli sci ai piedi, che, a metà strada tra le stelle del cinema e gli eroi dell’antica Grecia, scrivevano pagine di sport che nessuno mai potrà eguagliare.

 

Nancy e Jean-Claude allora, i primi due campioni del Mondo di Gigante.

La canadese vinse le prime 2, ’67 e ’68, e ci mise a fianco, per gradire, anche le generali. Era un peperino, e lo è stata per tutto il periodo in cui è stata seduta nel Senato del suo Paese.

Politica impegnata, affari aborigeni, pesca e oceani soprattutto.

Giunta ormai al suo 77° compleanno, non accenna a mollare la presa, come la signora Fletcher, a cui, sinistramente, somiglia pure un po’.

Il francese, invece, che sembrava pronto per recitare in un film di Fellini, nel ’67 le vinse quasi tutte: Generale, discesa, slalom speciale e per l’appunto Gigante.

Poi passò all’automobilismo e al cinema, proprio come la nostra vecchia conoscenza Toni Sailer, del quale seguì le orme anche alle Olimpiadi di Grenoble ’68 dove, come il tedesco a Cortina ’56, riuscì a vincere 3 ori nella stessa edizione.

 

Eccoli i primi, bellissimi come gli ultimi, e grandi quanto i grandi che stanno nel mezzo, per una specialità che non ha mai smesso di affascinare tutti i tifosi e di testare le qualità degli sciatori.

Il Gigante è per i campioni più completi, equilibrati, che hanno imparato a prendere il meglio da cose diverse, un po’ come Pipino, che era nato vecchio e morto bambino.

 

The Owl Post per Cortina 2021

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Fondazione Cortina 2021
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