La gara di Solden è stata un miscuglio di emozioni.
Una giornata in cui è successo tutto e il contrario di tutto.
Quella non avrebbe dovuto essere la prima uscita della stagione e dover iniziare sulla neve della Rettenbach non mi ha faceva dormire sonni tranquilli.
Anzi, non mi ha fatto dormire affatto, e così ho passato la notte precedente alla gara in uno stato di tensione totale.
In più, al risveglio, mi sono accorto che le condizioni non erano certo delle migliori perché c’era una nebbia densa, del colore del latte, che impediva alla luce del sole di filtrare.
Per tutto il tragitto, fino all’arrivo sulla pista, sono stato intrattabile.

Ma quando siamo finalmente usciti da quel mare di nebbia per avvicinarci alla cima, tutto è cambiato in un secondo.
La pista aveva un’aria brutale, quasi feroce, e mi sono subito sentito dentro ad una bolla. Showtime!
Finalmente rivedevo gli altri atleti.
Finalmente si tornava a competere uno contro l’altro e l’esplosione di elettricità che ho sentito dentro ha fatto il resto.

Tutti ci chiedevamo come stessero gli avversari.
Tutti ci chiedevamo se fossimo in forma.
Succede sempre, all’inizio di ogni stagione, figurarsi all’inizio di questa.
C’è quel brividino che corre lungo la schiena, quello che ti mette davanti alla domanda più importante di tutte: sei pronto?

Nella prima manche mi sentivo un po’ traballante sugli sci, come se non fossi esattamente centrato al 100%, ma il cronometro ha detto altro.
Quinto.
Arrivato nella mixed zone, durante le interviste, tutti mi hanno fatto notare quanto fosse un’ottima posizione, e che avrei dovuto fare del mio meglio per difenderla.
Ma io non volevo difenderla.
Quella per me era una posizione di attacco.
Avrò anche solo 20 anni, ma ero e sono già stufo di arrivare quarto, o quinto o sesto.
Non mi basta più.
Volevo andare oltre e nella seconda mi sono buttato verso valle a testa bassa, senza fare calcoli.

Forse è proprio questo che mi fa sentire diverso dagli altri ventenni.
Mi sembra quasi di avere più fame di loro, e allo stesso tempo vivo con addosso un’impazienza insopportabile, fastidiosa, che non posso in alcun modo ignorare.
Io so di poter diventare uno dei migliori, ma voglio farlo adesso.
Non domani.

Nella seconda manche, però, ho fatto un grosso errore nella parte finale e mi sono auto-convinto del fatto che sarei arrivato quinto, superato dai quattro che mancava scendessero.
Poi, il primo mi è arrivato dietro.
Il secondo pure, e mi sono reso conto di aver ottenuto il mio primo podio in carriera.
Tutto il team è venuto a congratularsi e festeggiare con me, è stato il momento migliore di tutto il weekend. Pura gioia.
Alla fine, a giocarci il primo posto, eravamo rimasti io e Gino (Caviezel) e quando ho visto che vicino al suo nome c’era la lucetta rossa sono esploso, travolto dal momento e ricoperto di pelle d’oca dalla testa ai piedi.
Condividere il podio con due combattenti come Gino e con Marco (Odermatt) ha reso il piacere ancora più grande.

Questa è stata la prima, ma farò di tutto perché sia solo la prima di tante.
Credo che a fare la differenza sia stato il modo di pensare che ho appreso da mio padre:

“Quando vuoi fare una cosa, devi farla per vincere,
altrimenti non ha neanche senso iniziare.”

E dire che, da bambino, quando ha provato a mettermi sugli sci non è andata esattamente come si aspettava.
Io odiavo lo sci. Tantissimo!
Lui era stato un grande freestyler e aveva girato per tutta l’Europa per anni alla ricerca delle location più cool in assoluto.
Provava un amore intenso, profondo e sacro, per la neve e la sua bellezza.
Un amore molto diverso da quello che avrei sviluppato io più tardi, che è invece come un rush di adrenalina improvvisa, un colpo di fulmine che non si esaurisce mai, che mi alimenta e mi consuma allo stesso tempo.

Quando avevo cinque anni provava a portarmi a sciare, pochi chilometri fuori Oslo, ma ogni volta io trovavo una scusa per far saltare la gita.
A volte arrivavo al punto di fingere di tossire o di avere i brividi di freddo pur di evitarmi un pomeriggio sulla neve.
Poi, finalmente, papà ha mollato la presa e io ho potuto dedicarmi al mio unico, grande, sogno: il calcio.

Per metà, la metà di mamma, sono brasiliano e da quel lato del Mondo ho ereditato un intero pezzo di cultura.
Una cultura gioiosa, calda, che fa del calcio un fenomeno di costume.
Così, sono cresciuto guardando migliaia di volte i miei video preferiti su Youtube, consumando il tasto replay per studiare gli highlights di Ronaldinho o gli spot di Joga Bonito, che fecero il giro del pianeta.
Nessun dubbio, quindi. Calcio.

Per fortuna mia, o per sfortuna forse, al gioco del calcio ero completamente negato.
Scarsissimo. Il peggiore di tutti.
Chiedevo sempre a mio padre: “ma perché non mi passano mai la palla?
Perché dovrebbero? Non sai fare nulla meglio degli altri!rispondeva.
Allora ho smesso di dormire e il calcio è diventato la mia ossessione.

Mi allenavo sempre, a qualunque ora, prima e dopo l’orario di scuola, persino all’intervallo, la sera dopo cena, fino al giorno in cui ho migliorato a sufficienza la mia tecnica per diventare uno dei più bravi della squadra.
Lì ho capito tante cose su come sono fatto e su come funziona il mio cervello: io devo arrivare.
Se arrivo mi diverto, altrimenti no.
Semplice ma tremendamente vero.

Qualche anno più tardi, quando ormai il calcio sembrava essere il mio presente e il mio futuro, papà mi ha chiesto se volessi riprovare a salire sugli sci.
Ero già più grandicello, più formato, e avevo imparato a conoscere le molle del mio carattere, che se vedono una sfida all’orizzonte iniziano a vibrare di impazienza.
Avendo cominciato più tardi degli altri, mi sono ritrovato subito in fondo al gruppo.
E mentre loro pensavano già a migliorare la tecnica, io stavo ancora assimilando i consigli base per stare in equilibrio sugli sci.

Poi è arrivato il vento in faccia.
L’adrenalina.
Poi è arrivata la sensazione di quanto fosse crudele e devastante l’impegno fisico richiesto.
Non era il calcio, era di più.
Mio padre ha iniziato ad allenarmi, a crescermi, e quando sono arrivati i primi risultati sono stato travolto da una sensazione incredibile.
Da ultimo a primo, niente ti da lo stesso piacere.
Non ho più avuto dubbi.

E mai più li avrò.
Qualunque cosa mi riserverà il futuro, sulla neve oppure no, sarò sempre fedele al mio modo di vivere il mondo.
Caldo come un sudamericano, affidabile come un norvegese e con la voglia di arrivare in alto prima degli altri.

The Owl Post per Cortina 2021