A volte, la grandezza di un campione è quasi più semplice capirla grazie al luccichio negli occhi di coloro che sentono pronunciare il suo nome, piuttosto che valutandone a mente fredda il solo palmares.

Intorno alla gara, intorno alla competizione, è come se si creasse un microcosmo di reazioni a catena incontrollabili, che partono, sì, dalla pista e dagli atleti, ma che abbracciano poi tutto quello che la circonda, proiettando sull’evento anche il peso del momento storico e l’emozione della gente.

La gara è la miccia, ma lo sport è molto di più.

È una storia indimenticabile, sempre pronta ad essere scritta.

E quando gli astri si allineano, è così che nasce il mito.

 

Quindi, per parlare dello slalom, non possiamo che partire dal più iconico di tutti, il più amato in assoluto. Un campione che ha inventato cose nuove, che le ha suonate pressoché a tutti quanti e che si è sempre concesso il privilegio di essere fedele alla propria natura, in pista e fuori.

Non si è fatto mancare nulla, Alberto Tomba.

Nè l’ha fatto mancare a noi, i tifosi, che con lui abbiamo visto la valanga azzurra trasformarsi in un fenomeno globale e arrivare talmente in alto da minare anche le istituzioni laiche più antiche che abbiamo, come Sanremo.

Anno domini 1988, in diretta da Calgary, nel lontano Canada, sono in corso i Giochi Olimpici Invernali. Edizione sportivamente epica.

È quella in cui il finlandese Matti Nykanen, che come hobby aveva la musica e che arrivò persino a vincere un disco d’oro, siglò una storica tripletta nel salto, impresa mai più ripetuta. È anche quella in cui 4 leggendari sprinter giamaicani decisero di darsi al bob, diventando, pure loro, dei divi del cinema.

La nostra, di movie star, si chiamava Alberto, aveva solo ventun anni e un magnetismo naturale capace di tenere incollato l’intero Paese allo schermo. Fuori in SuperG.  Dominante in Gigante, dove taglia il traguardo festeggiando.

Arriva al cancelletto dello slalom con addosso tutte le pressioni del trionfatore annunciato.

Nel frattempo l’Italia, però, si interrogava con uguale interesse anche su chi avrebbe vinto l’edizione numero 38 del Festival di Sanremo, Toto Cutugno, i Matia Bazar o Massimo Ranieri? Servì un’invocazione popolare per far interrompere le esibizioni e trasmettere la seconda manche del romagnolo, che nel suo primo slalom speciale olimpico, recuperò dal terzo posto della prima e portò a casa la medaglia oro. Il Festival lo vinse “Perdere l’amore”, ma le luci della ribalta furono tutte per lo slalom.

 

Perché lo slalom è sempre e comunque il main event, il piatto forte, il momento dei riflettori e del red carpet. Smoking e paletti, questo è il menù.

Eleganza e tecnica che si mescolano in un paio di manche, durante le quali, spesso, pochissimi millesimi fanno la differenza tra l’impresa e la delusione. Tra la rimonta e un’inforcata.

Siamo partiti da Alberto, che sul red carpet ci è finito per davvero, e che, tra leggende e realtà, è stato una rivoluzione anche sugli sci.  Formatosi sulle nevi di Cortina, il suo stile era arrabbiato e prepotente dal punto di vista tecnico.

Un assaggio del futuro.

Uno stile poi riapparso, qualche anno dopo, nella tuta di un’altra super-star, l’austriaco Marcel Hirscher, probabilmente il miglior attore protagonista di tutti tempi.

Guardar sciare Hirscher per la prima volta lasciava sempre un po’ sospesi nel giudizio, perché il suo era un ritmo sincopato, quasi isterico, un continuo rimbalzarsi da una porta all’altra. Un gioco di scatti, di strappi e di continui tagli alla linea più ortodossa. Tarantiniano, potremmo dire.

Eppure, quell’incredibile rush di adrenalina saltellante, finiva sempre con lo stesso colore, sul display, vicino al proprio tempo di manche: verde.

Un successo dietro l’altro, record riscritti in ogni stagione; nessuno più impressionante, forse, della media-punti tenuta nel 2018: 81, che vuol dire “un po’ più di secondo” in ogni singola gara. Impressionante.

È stato un dominatore, un vero kolossal, per dirla nel gergo del grande schermo, capace di vincere, tra le altre, tantissime, cose, anche 6 Coppe del Mondo di Slalom.

Ma per ogni supereroe che si rispetti serve una nemesi grande quasi quanto lui, e nelle produzioni di Marcel Hirscher, il ruolo di co-protagonista principale è stato quello di Henrik Kristoffersen.

Uno scontro tra titani e una sfida d’ideologie, essendo il norvegese, a differenza dell’austriaco, longilineo, elegante, sinuoso. Come un giunco, con le gambe quasi indipendenti dal tronco e la capacità di far sembrare tutta-dritta una pista piena invece di spigoli e di curve.

Per ben 28 volte, quasi equamente distribuite, sono arrivati “primo e secondo” in una gara, la stragrande maggioranza di queste proprio tra i paletti stretti.

Ma lo sport, si sa, è fatto di centesimi, che a loro volta sono fatti di millesimi, e in poche discipline come lo slalom sono proprio i millesimi a determinare quanto pesante sarà la bacheca alla fine di una carriera. Hirscher e Kristoffersen hanno animato insieme il circuito per una decade intera, necessari l’uno all’altro, ridefinendo i canoni della disciplina più glamour di tutte.

Marcel ha vinto certamente di più, ma Henrik ha ancora strada davanti, per recuperare, magari iniziando proprio da quell’oro mondiale di slalom speciale, medaglia che ancora manca al suo ricco palmares.

 

In campo maschile, quindi, sono stati molti i candidati all’Oscar.

Dagli eterni rivali Thöni & Stenmark; a Giorgio Rocca, vincitore della Coppa di specialità proprio nella stessa stagione, il 2006, in cui mancò l’appuntamento con l’Olimpiade di casa. Oppure Marc Girardelli, che rinunciò al passaporto austriaco per diventare lussemburghese e partecipare ai Mondiali di Bormio ’85, vincendoli.

Fino ad arrivare al tormentato talento dello jugoslavo Rok Petrovic, uno da film indipendenti, per così dire, la cui vita varrebbe davvero metri di pellicola. Capelli castani, come Tom Cruise in Top Gun, zigomi alti e mento un poco a punta. Occhi piccoli, scuri e sempre tristi, Petrovic visse dieci vite nello spazio di una sola.

Nella seconda metà degli ’80, infatti, nel circuito introdussero i pali snodati e d’improvviso tutti, anche i campioni più esperti, si trovarono a dover reinventare il proprio modo di sciare. Rok, che nel 1985 aveva giusto la maggiore età, fu il più veloce di tutti a farlo ed infilò una serie di vittorie che sconvolse il Mondo.

“L’incubo di Stenmark” qualcuno lo chiamò. Vinse la sua prima al Sestriere, e poi altre 4 di fila, aggiudicandosi infine la Coppa di Specialità. Ma a lui, del red carpet, importava poco. Lui voleva studiare filosofia a Londra, imparare l’inglese e fare le immersioni nel suo amato Adriatico. Immalinconito, schiacciato da una quotidianità che non si era scelto, si ritirò 3 anni più tardi e morì tragicamente in mare, nel 1993. In quei giorni, in Dalmazia, si sparava ancora e non fu semplice neppure riportarlo a casa per l’ultimo saluto e i titoli di coda.

 

Lo slalom ha una storia antica, piena di campioni e di aneddoti leggendari, e anche in campo femminile è stato altrettanto generoso, in quanto a stelle.

Cominciando proprio dalla prima in assoluto: Esme Mackinnon.

Nata in Scozia, non proprio la nazione capostipite delle tradizioni montanare, Esme Mackinnon faceva parte del Ladies Ski Club, il primo nel suo genere,  e gareggiava sotto la bandiera di sua Maestà Giorgio VI (ma la futura Regina Elisabetta era già lì).

A 17 anni, nel 1931, Esme si presentò al via dei primissimi campionati Mondiali di sci alpino, a Mürrer in Svizzera, dove vinse entrambe le gare che assegnavano medaglie: sia la discesa che lo slalom.

Ma è della terza gara che ci interessa raccontare.

Traversata da Grütschalp a Lauterbrunnen, competizione non ufficiale; la Mackinnon vinse pure quella, nonostante a mezza via si fosse imbattuta in un corteo funebre. La britannica, perfetta icona dell’eleganza slalomista, si fermò, porse rispettosamente i propri omaggi e, solo a corteo esaurito, riprese la via del traguardo. Miglior tempo per lei e un classico senza tempo per i posteri.

 

Per la prima apparizione olimpica della disciplina, invece, si dovette attendere il 1948, a tre anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Giochi invernali numero 5, in quel di San Moritz, gli stessi in cui Nino Bibbia regalò al nostro tricolore in ricostruzione la prima medaglia d’oro olimpica invernale della storia, nello skeleton.

La prima campionessa a cinque cerchi di Slalom speciale fu la statunitense Gretchen Fraser, che aveva pure lei una passione per il cinema, al punto da fare addirittura percorso inverso rispetto a tutti gli altri: prima sul grande schermo e poi in pista.
Per esser più precisi: Scandalo al Grand Hotel, irresistibile commedia sentimentale del 1937 ambientata in Svizzera; e Serenata a Vallechiara, del 1941, film che racconta di un pianista che voleva adottare una bambina e che invece si ritrova un’avvenente pattinatrice ventenne in casa.

La bandiera a stelle e strisce sventolò sul gradino più alto del podio anche nell’edizione successiva, e fu solo a Cortina, nel 1956, che, grazie alla svizzera Renée Colliard, il Vecchio Continente si prese il suo primo oro olimpico di Slalom.

Sarebbe impossibile raccontare nel dettaglio di tutte le grandi slalomiste che hanno meritato le luci della ribalta nel corso degli anni. Servirebbe, e forse non basterebbe neppure, un film a stagione, per raccontare di Erika Hess, di Vreni Schneider o di Janica Kostelić, che con il fratello Ivica mise per prima la Croazia sulle mappe dello sci mondiale.

Ma se c’è una diva della neve, la cui storia in futuro potrebbe davvero diventare oggetto di un film, o di una serie tv, visti i tempi, questa è di certo Mikaela Shiffrin; già vista spesso, e a proprio agio, davanti alla macchina da presa.

Per descriverne il talento servirebbero litri d’inchiostro e anche tanta pazienza, perché fino a quando sarà in attività, nessuno potrà mai tirare le somme della sua impressionante grandezza.

La più giovane campionessa olimpica della disciplina di sempre, a Sochi, quando di anni ne aveva 18 e spiccioli. La più vincente nella storia dello Slalom, sia in campo maschile che in campo femminile, traguardo conquistato prima di compiere i 25 anni.

Ha vinto sei delle ultime otto Coppe di specialità, striscia interrotta soltanto da Petra Vlhovà, quest’anno, e dall’insospettabile Frida Hansdotter, peperino svedese (il nome, per chi s’intende di storia dell’arte, dice già molto), che nel 2016 approfittò al meglio di un infortunio dell’americana. Giusto per puntualizzare, Mikaela, quell’anno, prima di infortunarsi, vinse comunque lo slalom d’apertura con 3 secondi e 7 centesimi di vantaggio sulla seconda classificata, a dimostrazione di una forza che solo gli imprevisti della vita riescono, qualche volta, a contenere.

Teoricamente, almeno. Perché la Shiffrin, al momento, ha già raccolto 66 vittorie in Coppa del Mondo, e la domanda giusta non è se supererà mai le 82 dell’altra  Wonder Woman d’Oltreoceano, Lindsey Vonn, ma quando lo farà.

Presto, immaginiamo, e la Vhlovà, in compagnia della nostra Brignone, è tra le poche ad avere l’onere e l’onore di provare a rallentarle il contachilometri.

Mikaela ha già prenotato un stella tutta sua sulla walk of fame dello sci, ma c’è da star tranquilli che si troverà in ottima compagnia.

 

C’è qualcosa di elettrizzante e di impareggiabile in una manche di Slalom.

Il passare degli atleti addosso al palo, numero dopo numero, scava la neve, la cambia, la incattivisce persino, rendendo l’inversione dei migliori una continua sfida all’imperfezione tecnica.

Come un film, meglio di un film, nello Slalom si resta sempre con il fiato sospeso.

Con il naso all’insù, verso la pista, e con il proprio gradimento personale, per uno stile o per un interprete, come unico metro di giudizio per una pellicola sempre nuova.

Almeno fino all’intertempo.

Almeno fino al traguardo.

Perché spesso tra una ripresa perfetta ed una che non lo è, la differenza la fanno dei dettagli piccolissimi, come i millesimi, e solo i grandi tra i più grandi, sanno scegliere l’angolo perfetto e camminare con grazia, sotto la luce del red carpet.

 

The Owl Post per Cortina 2021

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