Il cimitero di Sad Hill, la collina triste, è uno dei luoghi più spettrali e desolanti e lugubri di tutto quanto il Far West.
È costruito nei pressi di una piazza circolare in pietra, spoglia e nuda, ed intorno a quella, come i raggi di un sole nero, si dirama una raggiera sconfinata di tombe, oltre 8 mila, stando alle leggende.

Le croci sono le più semplici possibili, la maggior parte di un legno che non è buono neppure per accendere il fuoco, marcito com’è dal clima torrido di un deserto senz’anima.
Un cielo limpido sembra quasi vibrare all’orizzonte e riflette sulle rocce piatte, che pavimentano la piazza, una luce gialla tanto forte che è impossibile tenere gli occhi aperti senza contrarli in una smorfia di dolore.

Sul perimetro esterno della piazzetta, come se il centro fosse un territorio proibito, perfettamente a metà strada tra le tombe alle loro spalle e quello che sembra essere l’ombelico del mondo, stanno tre loschi figuri, coperti di polvere, sudati e barbuti, che si guardano sprezzanti di odio.

Le sole cose più volgari del loro aspetto sono le loro lingue, taglienti, che si lanciano messaggi irripetibili, postumi della grande avventura che li ha condotti fin lì.

A menare le danze è il Buono, il più taciturno di tutti.
Porta un poncho verdone, con dei ricami color panna, che un tempo, si presume, dovevano esser stati bianchi come la neve.
Una camicia di jeans compare, timida e in totale disordine, sotto al colletto squadrato. Al collo porta un foulard nero, come se il Buono vivesse con un lutto perennemente addosso e del volto, tra il cappello marcio a tesa larga, la barba lunga e il sigaro smangiucchiato, non si vedono che pochi centimetri.
Bastano quelli a metter paura.

Il secondo uomo, come direbbero in un linguaggio adatto al film, è un sadico bastardo, un avventuriere senza Patria, che si è meritato il nome d’arte de il Cattivo, pur vivendo in un ambiente professionale che di spietati malandrini certamente abbonda.

Vestito con maggiore eleganza rispetto al Buono, ma lercio pure lui, porta un vestito grigio, il cappello e la camicia sono neri e sul suo volto si può riconoscere una pulsante vena di cattiveria pura, disegnata alla perfezione dal naso aquilino, dai foltissimi baffi a manubrio e dalle sopracciglia più arcuate della storia.

Una delle sue dita è mozzata.
Il terzo, infine, è Brutto, di nome e di fatto.

Finto magro.
Oppure finto grasso, impossibile da dire, sotto gli strati di abiti malconci, di ruggine e di polvere da sparo. Vestito di un marrone che ricorda la terra rossa, completa il caleidoscopio dei colori del deserto con cui i tre si sono agghindati per l’occasione. Grosso naso a patata, barba incolta, fronte spaziosissima, piena di rughe e molto sudata, basettoni lunghi e malcurati.
Al collo porta una semplice corda, quasi un ornamento, a ricordare tutte le volte in cui, nel corso del film, lo abbiamo visto praticamente morto, ciondolare dalla forca.
È il più spaventato dei tre.

La tensione cresce e il montaggio serrato di Sua Maestà, Sergio Leone, fatto di mani, di occhi, di dita e di grilletti crea un crescendo di inarrivabile bellezza nella storia del cinema italiano e mondiale.
Il Buono, il Brutto e il Cattivo è finalmente giunto al capolinea, l’attesissima scena finale.

Dentro o fuori, perché questa città è troppo piccola per tutti loro e “quando un uomo con la pistola incontra l’uomo con il fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”.

C’è qualcosa di primordiale e di emozionante nella sfida diretta, nel testa a testa più spietato, perché in quel momento lì, il passato non conta più.
Le misfatte e gli eroismi, i successi e le cadute, tutto scompare in un puff.
Le regole possono venire stravolte in un battito di ciglia e tutto quello che pensavi di sapere svanisce, come una bolla di sapone sfiorata da un dito distratto.

Io contro di te.
Grilletto contro grilletto.
Lamina contro lamina.
Traiettoria contro traiettoria.
Per decidere chi è più bravo, senza se e senza ma, senza la pista che si deteriora, senza il sole che si nasconde all’improvviso dietro ad una nuvola, senza il cronometro (o quasi).

Il capolavoro di cui sopra, epilogo della famosa “trilogia del dollaro”, e titolo più emblematico tra tutti gli spaghetti-western del secolo scorso, venne distribuito nella torrida estate del ’66, quando i bambini, in cortile, giocavano tutti a indiani contro cowboy.

Neppure 10 anni più tardi, la scena si ripete, questa volta però a latitudini molto differenti. Non un cimitero nel deserto ma a Ortisei; non in mezzo alla sabbia bollente e ai cactus, ma sulle nevi immacolate della Val Gardena; non dispersi nel nulla, ma circondati da oltre 50 mila tifosi scalmanati.

Senza le pistole, per fortuna, ma con ai piedi un paio di sci taglienti come le lame di Hattori Hanzo.
La gara che chiude la stagione di Coppa del Mondo è uno slalom parallelo e all’ultimo cancelletto dell’anno sono arrivati in tre primi a parimerito, e di certo non sono 3 sciatori qualunque.

Il Buono è Gustav Thoeni, orgoglio italiano, che con il suo ciuffo alla Ringo Star e il l’atteggiamento taciturno è la stella polare del nostro movimento. In bacheca ha già tre Coppe di classifica generale, è l’eroe della nostra storia, corre in casa ed è il favoritissimo per la vittoria finale. Il più tecnico, il più esperto, il protagonista annunciato. Il Clint Eastwood dello Stelvio, al quale assomiglia per la tenebrosità truce e apparentemente inscalfibile.

Il Brutto è Ingemar Stenmark, che brutto in realtà non lo è affatto.
Non lo era allora, con la sua folta chioma da surfer, lo sguardo furbo e gli occhi espressivi. Non lo è oggi, anche senza la sua folta chioma da surfer, ma pur sempre con lo sguardo furbo e gli occhi espressivi.
È però il brutto all’orizzonte, il nemico che emerge, pronto a diventare ormai la nemesi del grande eroe azzurro. Ha soltanto 19 anni, il talentino lappone, ma con un exploit da libro dei record ha piazzato 10 podi consecutivi in Coppa del Mondo, arrivando a giocarsi l’ultima partenza a parimerito con Gustav.
Solo l’anno prima era finito dodicesimo, e ora è ad un passo dal trionfo, sembra incredibile ma è proprio così che nascono le stelle.

Il Cattivo, il terzo pistolero primo in classifica, è un infiltrato speciale, l’austriaco Franz Klammer.
Cattivo lo è sul serio, con il suo talento cannibale e il suo look alla Gerard Depardieu. Nel corso della stagione ha stritolato la concorrenza in discesa, mettendosi al collo lo scalpo della Kandahar, della Streif, di Wengen e della Salslong. Coppa di specialità in ghiaccio e prima vera occasione di portarsi a casa il bersaglio grosso.

Il pronostico è contro di lui, giunto qui al cospetto dei maestri dello slalom, ma contro quel collo taurino, quella mascella squadrata e quella cattiveria agonistica nessuno è pronto a scommettere.

Parte il parallelo.
Il Cattivo, Klammer, è il primo, da pronostico, ad abbandonare i sogni di gloria: eliminato dall’italianissimo Helmut Schmalzl, che a Ortisei è nato e cresciuto, e che per aiutare Gustav farebbe di tutto.
La giornata è un kolossal, ore di interminabile tensione, tra accuse di combine di varia natura e la stanchezza che si accumula nelle gambe e nelle braccia.
Il gioco di squadra, però, è consentito dal regolamento e se ne fa un ampio ricorso. L’azzurro Tino Pietrogiovanna esce apposta di pista, per permette a Thoeni un approdo in finale risparmiando qualche energia.
Stenmark invece, nei quarti contro il polacco Bachleda rischia il patatrac, quasi inforca e si prende 2 secondi e mezzo nella prima manche.
È fatta! pensano gli italiani presenti. E invece no: rimontone nella seconda (che fa storcere il naso a qualcuno) e il buon Fausto Radici come ultimo ostacolo rimasto sulla strada della finalissima.

Ma la sceneggiatura è scritta, il set è pronto e la finale del parallelo deve per forza vedere due tra i più grandi di sempre, Thoeni e Stenmark, sfidarsi gomito a gomito per la Coppa del Mondo. Un epilogo esaltante, dove allievo e maestro, lepre e cacciatore, si affrontano, dita sul grilletto, per il jackpot finale.

È solo la prima manche, un po’ di ritardo non sarebbe poi così grave, ma il dna del campione, nello scontro si esalta e diventa famelico, e così i due non risparmiano rischi e traiettorie aggressive.
Sono in linea, un centimetro avanti, o un centimetro indietro, a seconda di come la si guardi, in un balletto fatto di eleganza e di potenza.

Poi, a due porte dal traguardo, il giovane svedese cede alla pressione del favorito, sbaglia, inforca e cade. Per Gustav è vittoria, è la Coppa, è festa con le migliaia di persone accorse per gustarsi questo duello rusticano.

Ce ne sono stati molti altri, dopo, di duelli. Tra i due, certo, ma anche tra tanti altri grandi campioni delle discipline tecniche, che nel corso dei decenni hanno dominato la scena del Circo Bianco.
Fu uno slalom parallelo a mettere per la prima volta Alberto Tomba sulla mappa, nel giorno di Natale del 1984, a Milano.

È sempre il parallelo ad aver battezzato la nuova formula del team event, che ha esordito sotto i Cinque Cerchi alle ultime Olimpiadi coreane, dopo il grande interesse suscitato nelle precedenti edizioni dei Mondiali.
Come l’ultimo, ad Åre, dove gli azzurri hanno strappato un bronzo, dietro a Svizzera e Austria, che fa molto ben sperare in vista dell’appuntamento di Cortina 2021, ormai alle porte.

L’uno contro uno è emozionante. Semplice e impossibile da contraddire.
Da quando gli stati d’Occidente hanno smesso di farsi le guerre gli uni contro gli altri, lo sport è diventato il territorio dell’epica e dell’eroismo.
Nei valori dei duellanti si incarna il pensiero della gente, con i suoi spigoli e le sue asperità.
Alì contro Frazier.
Federer contro Nadal.
Senna contro Prost.
Non è mai soltanto sport.

Per questo il parallelo rappresenta l’essenza più pura dello spirito competitivo. Citius, Altius, Fortius. Più veloce, più in alto, più forte.
Questo recita il motto olimpico.
Sì, più veloce, più in alto e più forte di te.

Anche se poi, forse, il vero motivo per cui ci piace il confronto diretto è che sotto la corazza, sotto lo stereotipo e sotto le semplificazioni, siamo tutti uguali.

Come ci ha mostrato, magistralmente, il maestro Ennio Morricone, compianto gigante d’Italia, che de “il Buono, il Brutto e il Cattivo” ha scritto un’indimenticabile colonna sonora.
Il tema musicale del film, infatti, è sempre lo stesso, ma viene proposto in tre chiavi diverse, a seconda di quale personaggio sia sullo schermo.

Se c’è il Buono è suonato da un flauto soprano.
Se c’è il Brutto è suonato da un coro di voci umane. Se è il Cattivo è suonato da un arghilofono.

Perché è proprio questo che sono i tre: la stessa canzone suonata da strumenti diversi. Ed è questo che siamo tutti quanti.
Amiamo il parallelo, adoriamo la sfida e aspettiamo il confronto, impazienti di vedere chi ha il grilletto più veloce del west.

The Owl Post per Cortina 2021